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giovedì 31 gennaio 2013

Il negozio di ceramiche



Il paese gli era piaciuto subito.
Scendendo dal vagone del treno, percorrendo l’unico marciapiede della stazione, gli aveva dato un’impressione armoniosa e soave, come un luogo senza tempo.
Ed era quello che ci voleva, un posto dove perdersi.

Il borgo antico, cinto di mura solide e ben tenute, sorgeva in cima ad una collina.
Marco si era diretto verso una delle porte dagli enormi battenti spalancati.
Legno solido, millenario, irto di spuntoni di ferro.

Attraversato il varco la città vecchia si schiudeva come uno scrigno.
Dedali di viuzze a picco sul mare azzurro, mosaici di tetti di tegole rosse dai piani sfalsati, alternati alle facciate in pietra e alle ringhiere in ferro battuto. Ovunque, dai balconi in fiore si spandeva un suadente odore di geranio e gelsomino. Promesse di primavera, in quei giorni di tardo inverno.

domenica 27 gennaio 2013

Binario morto

Tutti gli altri facevano presto a salire sul treno. 
A me pareva sempre che sarebbero servite ore.
Tutti quei posti fra cui scegliere,  ognuno che significava viaggiare in compagnia, intrecciare la mia vita con uno o con un altro.
Cosa avrei potuto saperne io di chi ero destinato a trovarmi accanto? Di chi, salendo ad una delle fermate, avrebbe fatto il suo ingresso nella mia esistenza,  o al contrario, con un cenno cortese e un saluto sbrigativo,  raccogliendo borse e cappotto ne sarebbe uscito, magari per sempre?
Ogni vagone era gremito di sedili, fatti per riempirsi e svuotarsi di anime e di vita.

lunedì 21 gennaio 2013

La donna vestita di bianco



La donna vestita di bianco era diversa.
Un velo, tremolante e indistinto,  l’avvolgeva e la isolava dalle altre, accalcate lungo il binario.
Non piangeva, non aveva bagagli, non tendeva le braccia impotenti verso il marito e i figli, come facevano quasi tutte.

La donna vestita di bianco non era né giovane, né vecchia. 
Gli sbuffi di vapore della locomotiva l’avvolgevano a tratti, rendendola ancor più irreale.

Nessuno sembrava notarla e forse, era solo un fioco bagliore riflesso negli sguardi vuoti delle altre donne.
Camminavano sulla terra già consapevoli di non essere più vive.
Sul treno si ammucchiavano i corpi, ma le anime rimanevano come sospese, volteggiando incerte sopra la terra coperta di neve e di sangue rappreso.

Quando il treno fischiò e quelli con la svastica, sbraitando, cominciarono a spingere dentro i vagoni le ultime deportate, nessuno badò a lei. 

Salì  da sola sul carro merci, lentamente, come uno spettro.

venerdì 18 gennaio 2013

Il mare d'inverno



Mi risveglia la pioggia, un fruscio ovattato dalla barriera del parabrezza.
Apro gli occhi. Le gocce colano lungo il vetro, lacrime che nessuno asciuga.
Scivolano lentamente via, come la mia vita.
Ho di nuovo passato la notte in macchina.

L’alba è livida, il cielo ingombro di nuvole scure, che trasudano questa pioggia densa.
Esco dalla macchina. Una folata di aria gelida irrompe in quella viziata dell’abitacolo.
Da quanto sono chiuso qui dentro?
Sul sedile è accartocciato il sacchetto di un fastfood.
Mi assale un conato. Ho bisogno di camminare.

martedì 15 gennaio 2013

Il balsamo

Leggo la lettera ancora una volta. Ormai l'ho osservata tanto che le singole parole sono impresse nel mio occhio, come una luce guardata troppo a lungo.
C'è contenuta una speranza che non mi appartiene. Una via di fuga dalla mia prigione di dolore, il cui accesso mi è impedito.

Non sono riuscito a smaltire nemmeno un granello del veleno che mi è sceso nell'anima. Ogni giorno corrode il mio spirito e si insinua più a fondo nella parte viva della mia coscienza.

Nella lettera è narrata tutta la storia.
Gli eventi sono riportati fedelmente, come li ho vissuti io insieme ad altri milioni di persone.

Il linguaggio del funzionario, burocratico e formale, non riesce a rendere meno vivide le immagini che balzano alla memoria. Il testo stampato scompare, sostituito dalle scene di terrore, le fughe disperate dalle case, la gente che si riversa per le strade, per sfuggire alle Ombre. Lo sento ancora, spesso. L’odore del panico, delle gocce di orrore che trasudano dalle menti impazzite, per confluire e sfociare nell’oceano in cui siamo annegati tutti.

domenica 13 gennaio 2013

Poi ditemi se non sono intelligenti come noi...

Va bene. Cominciamo completamente a caso ok?
Gli dico ciao.
Ciao, sono sicuro che ci sia una questione per la collaborazione di tutti e non ci sentiamo di fare qualcos'altro.
Va bene, accetto il tuo approccio. Di collaborare si cerca,  figurati! Ma dimmi qualcosa di te... Puoi fare meglio forse se ti imbecco un po'
Oggi sono stato...
molto impegnato in giro per casa tua per le cose che hai fatto la settimana prima di fare le vostre vacanze.

sabato 12 gennaio 2013

L'assedio



"Glielo dico ancora una volta. Si sta rendendo ridicolo!”
Il funzionario era paonazzo in viso, la camicia chiazzata di sudore. Ascoltò la risposta, poi imprecò e ficcò rabbiosamente in tasca il cellulare.
Voltò le spalle al fossato e arrancò fino alla macchina, incespicando con le sue scarpe lucide sul selciato. Mise in moto e sgommò, allontanandosi. Quando la polvere si fu depositata il castello e la campagna circostante tornarono alla consueta quiete.

Le tortore ripresero a cantare sulle antiche pietre, che avevano assorbito e già dimenticato gli strepiti dell’inviato della banca. Dentro, il vecchio Conte riattaccò il telefono con gesto pacato, producendo un suono ovattato e quasi solenne.

giovedì 10 gennaio 2013

Chiacchiere da Bar



Questo racconto partecipa al concorso "70 ore nel futuro" organizzato dall’associazione culturale Karemaski Multi Art Lab 
L'incipit, previsto dal bando e riportato in corsivo nel racconto, è di Alfredo Castelli

“Prima di cominciare, è necessario che vi riassuma la situazione dell’astronautica nel suo periodo pionieristico. La ricerca di informazioni si fa infatti di giorno in giorno più difficile, come potrete constatare consultando Internet, e – ancor peggio – sono ormai pochi coloro che, come me, sono ancora in grado di ricordare come si sono svolte esattamente le cose. Ci sono buone probabilità che leggendo dubitiate della mia sanità mentale, ma non posso fare altro se non esporre le vicende come le ho vissute di persona.
La cosiddetta “era spaziale” ebbe inizio il 4 ottobre 1957. Con grande sorpresa dei sovietici, che si ritenevano all’avanguardia nel campo, la NACA (poi NASA) annunciò di aver messo in orbita il primo satellite artificiale. Si chiamava “Travelmate” , era costituito da una sfera di alluminio di 58 centimetri di diametro; conteneva due trasmittenti e un termometro, e comunicava per mezzo di quattro antenne. Fu l’inizio della corsa allo spazio: il primo satellite russo entrò in orbita il 31 gennaio 1958, ma quando ormai le forze sembravano in parità, il 12 aprile 1961 la navicella “West 1” si staccò da Cape Canaveral con a bordo il Maggiore George Loon, e in 88 minuti percorse un’orbita intorno alla terra raggiungendo i 302 chilometri di altitudine.”

La ragazza al banco, avvolta in una tunica sporca, interruppe il vecchio chiedendogli se volesse ancora da bere. Lui fece cenno di sì con la testa.

lunedì 7 gennaio 2013

L'ultima pagina

Vecchio amico mio, 
Spesso mi hanno detto che comunicare con te è uno sterile esercizio, perché tu non puoi veramente ascoltarmi, ma solo registrare sulle tue pagine ciò che scrivo.
Ma io per lungo tempo ho avuto molte cose da dirti, che tu hai accolto con cura e discrezione. Le hai impresse in modo indelebile, tanto che le mie parole sono diventate parte di te.
Tu stesso sei composto di ciò che ti ho affidato.
Ora, esiste forse una forma più alta e totale di ascolto, di quella che un diario può offrire? C’è un modo più profondo e completo di essere compresi, quando le tue parole entrano nell’altro e ne formano la sua stessa natura?
E’ dunque il momento che ti restituisca almeno in parte il prezioso servizio che incessantemente mi hai reso in questi anni. Oggi sarò io ad ascoltarti, lasciando che le parole che possiedi entrino di nuovo in me.

domenica 6 gennaio 2013

Rinuncia

Non si era detto
Di lasciare alla terra
Ogni zavorra,

Solcando i cieli
Per viverci senza alcun
Sterile affanno?

martedì 1 gennaio 2013

L’incantatrice di numeri



Questo post è scritto per il carnevale della matematica #57, che è ospitato sul blog di matem@ticamente di Annarita Ruberto.
E' dedicato alla figura di Ada Byron Lovelace

“Non credo che mi divertirei, ecco tutto.”
La giovane parlava con lo sguardo rivolto allo specchio che aveva davanti. Fece scivolare le mani sui fianchi, stirando le pieghe del corpetto che la stringeva fastidiosamente.
Alle sue spalle, la donna rimase in silenzio. Conosceva bene la piccola Ada Byron e aspettò che parlasse ancora.
Lei lo fece dopo un lungo minuto.
“I ricevimenti non fanno per me. Tutta quella noiosa conversazione, quella falsa cortesia.” Si girò, spostando il peso da una gamba all’altra. I suoi movimenti tradivano una sofferenza profonda.
“Grazie, miss Somerville, ma penso che resterò nella mia stanza a leggere un buon libro.”