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mercoledì 26 giugno 2013

Le mura di Anperion

Le mura di Anperion, comunque le si guardasse, si estendevano fino a perdersi nella foschia buia. Erano scure, levigate e fredde. In alcuni punti trasudavano un'abbondante umidità, ma non c'erano in esse pertugi, né porte, o feritoie. Sembravano fatte di un'unica, ininterrotta pietra liscia.  
Sorgevano in mezzo alla pianura erbosa, chiudendo la valle da un capo all'altro, arrampicandosi sulle pendici dei colli alle estremità, facendosi basamento dei fianchi scoscesi delle montagne, fin quasi all'apice.
Là, dove l'altitudine e il terreno sbarravano ogni passo, il fianco del baluardo si continuava con la roccia viva della vetta, divenendo esso stesso limite della terra e confine al cielo. 
Lo sguardo non giungeva ad esplorarne la cima, pertanto non si sapeva se vi fossero spalti, merlature, qualcuno che montasse la guardia. 
Erano fiorite leggende che gli abitanti della valle si tramandavano, narrandole intorno ai fuochi la sera o nei bivacchi estivi sulla pianura. In esse, le mura di Anperion erano guardate da uomini alati armati di archi che scagliavano saette. Torri di cristallo sorgevano sulla sommità, slanciandosi fino a bucare il cielo; in spazi oscuri, ad altezze inconcepibili, le loro bandiere garrivano fra le stesse dita di Dio.

giovedì 13 giugno 2013

Ecologia domestica - o delle buste riutilizzabili

Vecchia di pochi anni, l'idea della busta riutilizzabile nel nostro Paese è stata accolta da quel misto di entusiasmo (teorico) e indolenza (operativa),  con cui siamo soliti aderire ad iniziative  e  mutamenti socio-culturali del genere.
Consapevole dell'impossibilità (in questo Paese) dell'estinzione completa del sacchetto di plastica usa e getta, pena la diserzione di massa dai propri scaffali, la piccola e  grande distribuzione ha risolto il problema sostituendo le sempiterne buste di plastica chimicamente scorrette con assai meno inquinanti involucri in materiali biodegradabili.

Biodegradabili all'istante.

mercoledì 12 giugno 2013

Indaco dei sepolcri


Nel silenzio della chiesa vuota qualcosa riempiva il buio. Non era abbastanza per definirla una presenza, ma l’avvertiva; anche al di là del sudario di quel torpore che l’aveva invaso, i sensi storditi la percepivano comunque.
Lorenzo annaspava, affondando nella tenebra più fitta che aveva dentro. I pensieri vorticavano confusi, tutto gli sembrava farsi vago, come il ricordo di un sogno, struggente e dolcissimo, in cui ogni particolare è perduto e delle sensazioni, ormai lontane, rimane soltanto un impronta lieve sull’anima.
La porta si aprì lentamente e la sensazione si dissolse. La figura ammantata scivolò silenziosamente dentro, richiuse la porta e si avviò a passo lento verso il punto in cui si trovava il novizio, raggiungendolo.
Padre Filippo si sedette accanto a lui e con semplicità gli sorrise.

lunedì 10 giugno 2013

Il paradosso del "rettibondo"

Per il Carnevale della Matematica #62, sul fantastico blog Popinga, un raccontino dedicato ad uno sconosciuto genio molto particolare.

Che cos’è il genio?
A cosa ci riferiamo esattamente, quando usiamo la parola per descrivere qualcuno, o qualcosa, di straordinariamente unico?
Mi sono posto questa domanda molte volte nel corso della mia esistenza, ed ora che sto per lasciarla sento di non essere mai stato così vicino ad una risposta definiva.
Mi trovo qui perché ho avuto il coraggio di seguire fino in fondo la scintilla di rivelazione che mi abbaglia e mi ossessiona da sempre. Ed anche se ciò mi costerà la vita, non sono pentito del mio cammino. E’ unico e irripetibile e io ne sono giustamente orgoglioso.
Nessun percorso in questo mondo può vantare le straordinarie caratteristiche di quello che ho scelto io: lo so perché fin da giovanissimo ho dedicato la vita ad osservare gli spostamenti degli altri.

mercoledì 5 giugno 2013

Il buio del giorno

Lisa viveva nel pieno delle stagioni impossibili, un susseguirsi di giorni segnati da caotiche contraddizioni e dal ritmo sincopato di sempre nuovi mutamenti. 
Sono gli anni difficili, convenivano tutti parlando di lei, spettatore occasionale di conversazioni di cui era solo l'oggetto inanimato.
Lei registrava passivamente quella condiscendenza presuntuosa e ottusa che invariabilmente farciva il mondo degli adulti, impregnandolo ai suoi occhi della luce satura di un nauseabondo faro viola. 
Il suo universo invece restava sospeso fra successivi stadi larvali, in cui lei e i suoi simili erano costantemente travolti dal cambiamento. 

martedì 4 giugno 2013

Casa nuova

La casa nuova ha quell'odore, estraneo e familiare insieme, che hanno tutte le cose all'inizio. Fanno così anche le case, certamente, ogni volta che cambiano inquilino; sono nuove per te, che ci vieni una sera di primavera e lei ti aspettava, con le tapparelle tirate giù, i pavimenti puliti in fretta, le mura tinteggiate, tutto messo a posto come se fosse davvero la prima volta, che ci entra qualcuno.
Lo sappiamo entrambi che sono balle: sono un inquilino veterano, io.
So che adesso sembri un sogno perfetto, bella come una ragazza al primo appuntamento. Mi guardo in giro e sulle spalle sento il tuo, di sguardo. Avverto  la presenza inquieta dei tuoi difetti, quegli angoli ammaccati nei mobili, quei cigolii di armadi, quel tremolio di cassetto fuori squadra, quel rumorino insopportabile che farà una delle tue finestre quando qualcuno, da basso, aprirà il portone del condominio.

domenica 2 giugno 2013

Un flauto spezzato

Questo breve racconto è dedicato al Suonatore Jones dell'Antologia di Spoon River. Ne da occasione l'imminenza del primo Carnevale della Letteratura, che generosamente ospita Il Gloglottatore
E che chiama tutti voi, uomini e donne di penna!

Stanotte lacrime di luna, come cristalli d’argento, galleggiano mollemente posati sul tuo dolce seno e tu,  generoso mistero di frescura e di vita, li doni ai miei occhi nel gioco di un riflesso vivace.
Mi seduci in un istante e io mi immergo in te, nudo e libero; fluisco liquido nel tuo immenso ventre fresco. Le tue acque asciugano il sudore dei fianchi e le lacrime del viso, lavano via la polvere di questa terra ipocrita; così  è di notte, nascosti al mondo da un’illecita veglia, che io te ci amiamo, o mio fiume, mio Spoon.
Anche quel giorno l’alba ci sorprese uniti. Perso in te, goccia di te, il mio sonno era lieve. Vagavo cullato dalle tue onde verso un altro punto delle tue sponde. Presi terra fra morbide sabbie, mi svegliò la carezza del primo sole.
Venni dal fiume e non ho altra memoria di me stesso. Giaceva al mio fianco un flauto di canna, simbolo e dono del mio retaggio. Mi alzai dalla riva ristorato e lieto. Quel giorno, nella luce crescente dell’aurora, iniziai a camminare e suonare, ed entrambe le cose feci per tutta la vita.

sabato 1 giugno 2013

Vele strappate (seconda parte)

Leggi la prima parte

Dentro la baita fermentava un caos controllato. Myra era bravissima a coordinare gli sforzi eccitati dei tre bambini, che partecipavano entusiasti al “gioco della fuga”, rivaleggiando per dimostrarsi efficienti. Il più piccolino aveva tolto tutti gli abiti contenuti in un grosso baule, stando in bilico sul bordo e rischiando di sprofondarvi. La mamma gli corse in aiuto.
“Mattew, prendi soltanto quello che ti serve. Non possiamo portare tutto quanto.”
Il piccolo annuì con aria seria. La donna gli arruffò i capelli e tornò di corsa al suo lavoro. Passando davanti a Ginevra le disse:
“Ho un cassapanca con alcuni vestiti di quando ero ragazza” abbassò lo sguardo sul suo corpo e aggiunse “penso che andranno benissimo per te.”
Ginevra la fissò, seria.
“Io non ho fatto niente. Non ho niente da temere.”
“Credi che a loro questo importi? Sei qui, conosci questo posto. E’ abbastanza per fare di te una criminale.”
“Ma perché? Di cosa vi accusano?”
“Di vivere. O almeno, di vivere a modo nostro.”

Vele strappate (prima parte)

Questa è la prima parte di un racconto un più lungo del solito (per gli standard del Coniglio), che prende spunto da un post de "il tredicesimo cavaliere".



L’oscurità rollava, un moto dolce e continuo che induceva al sonno e rendeva difficile concentrarsi sui comandi. La botta giunse violenta e imprevedibile, un’esplosione di vuoto che si spalancò all'istante sotto la navicella, seguita dalla sensazione di precipitare a velocità folle, lo stomaco impazzito, il terrore che gli accapponava la pelle. Poi il buio si riempì di un bagliore iridescente; sorgeva dall'orizzonte, vorticante come un mulinello di fuoco. Istintivamente serrò le palpebre, anche se sapeva che era del tutto inutile.
Puntualmente, come ogni volta, la voce concitata di Butch lacerò il silenzio assoluto di quell'abisso di morte.
“Che stai facendo, Mike? Così ci ammazziamo!”
Un grido stridulo, uno scroscio di cristalli di panico che precipitavano in frantumi.
Strinse i pungi mentre ascoltava la propria voce rispondere, a sua volta distorta da un terrore cieco:
“Il tether di destra si è smagnetizzato! La vela sta collassando.”
“Come può essere?”
Sapeva che l'istante successivo avrebbe provato a chiamare il controllo missione, per dire che stavano andando giù, ma che non ci sarebbe riuscito. Si aggrappò con le dita, aspettando il dolore, e lui giunse puntuale mentre la schiena gli si torceva, piegata dallo strappo della navetta che decelerava di venti g in una frazione di secondo. Annaspò, respirando la colla viscosa della propria saliva, agitando le braccia alla ricerca di un appiglio.