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domenica 7 luglio 2013

Le infinite parole

Per il Carnevale della Matematica #63, sul blog di Mister Palomar, un racconto che parla del rapporto fra le parole e l'infinito. 

Socchiudo gli occhi, la luce è intensa.
Le palpebre vibrano nello sforzo di mantenere aperto allo sguardo uno spiraglio, affacciato sull’orizzonte, immobile e immenso, del mare.
Il sole al tramonto cola sull’indaco del cielo come una macchia di vernice; si rovescia lentamente, entra nell’acqua  ribollendo in un caleidoscopio di sfumature senza nome.

Mi scuoto e riprendo a camminare, guardandomi intorno.
La linea della costa, il profilo delle montagne, persino il rumore del vento e l’odore che porta, tutto è come mi è stato descritto nella sua lettera. Sono vicino.


Cammino verso il tramonto sotto squarci di fuoco. Le tonalità mutano di continuo mentre il grande disco si arrossa e inabissandosi si stempera, un biscotto incendiato che si inzuppa e si spegne nel mare.
Osservo i colori, gradazioni continue dello spettro visibile, molte sfumature per cui non ho un nome: frequenze elettromagnetiche a cui non corrispondono parole.

La baracca del pescatore è dove mi aspettavo di trovarlo. Sono travolto da una sensazione di contrasto, qualcosa di familiare e surreale insieme. E’ come se questo luogo fosse un quadro disegnato nella mia mente, e solo ora, mentre vi arrivo, iniziasse ad appartenere alla realtà.

Lui è vecchio, il viso bruciato da quel sole che adesso, come ogni sera, guarda annegare tenendo stretta la  pipa con i denti.  Si volta, fra le pieghe del volto scuro si fa strada un sorriso, logoro e radioso.
Sembra molto felice di vedermi e spende qualche parola di benvenuto per accogliermi.
Si sente che parlare gli costa e questa consapevolezza impreziosisce il suo semplice saluto. Dice che mi aspettava da molto tempo. Lei gli parlava di me, specialmente negli ultimi tempi.

MI guarda, con quelle sue fessure sottile scavate fra le rocce degli zigomi. Sapevo che sarebbe stata dura; stringo i denti e ignoro come posso quel pugno allo stomaco.

Tocca a me dire qualcosa, ed è difficile spiegare come mi sento, scoprendo di non riuscire a farlo.
Le mie parole le ho date a lungo per scontate. Era per la facilità con cui, attingendo in modo generoso e spensierato da un inesauribile deposito interiore, le trovavo al momento giusto.
Vocaboli pieni e rotondi, che in bocca mi davano la sensazione di un boccone succoso e saporito, masticato a lungo. Una volta pronunciati, scoprivo che corrispondevano con rassicurante precisione alle permutazioni degli eventi che intersecavano la mia vita. Nelle mutevoli circostanze di un’infanzia limpida, rimbalzavano sulla recettiva sensibilità degli altri e vi inducevano una risonanza armonica che riverberava a sua volta verso i miei sensi, inebriandoli di ammirazione e affetto sinceri. La mia anima cristallizzava quelle vibrazioni in solide fondamenta di sicurezza e autostima, invogliandomi a cercare altre e nuove parole.

Adesso, in riva la mare, fra i nostri sguardi giace il silenzio; ed è così, senza parole, che lui mi invita ad entrare. La casa è molto migliore di quanto avessi immaginato vedendo l’esterno.
La stanza centrale ha il soffitto alto, a spiovente, ed è tutta realizzata in legno scuro. Ci sono pochi mobili ma tantissimi oggetti, posizionati nei posti più inverosimili; il museo vivente di una vita lunga.

Tira fuori da un cassetto due bicchieri e una vecchia bottiglia, già quasi vuota. Penso che vada bene così, per lui, forse una bottiglia ancora piena, lontana dalla fine, gli avrebbe messo malinconia.
Ci sediamo, lui versa, beviamo insieme. La grappa è forte e secca, dura e limpida come la mia memoria impietosa che si ostina a non dimenticarla.
Non serve chiedere: lui racconta, con quel suo modo lento e macchinoso, come se parlare gli costasse fatica. Racconta tutto, in poche parole essenziali.
Condensa i due anni, quelli che lei ha vissuto in riva al mare, in pochissimi minuti.
Ma in quel luogo, un giorno o un’eternità sarebbero trascorsi sempre nello stesso modo, per cui non c’era molto, di cui narrare.
Mi chiede se voglio vederla, la roulotte di Laura, arenata nella sabbia a poche centinaia di metri di distanza, come una balena ferita che abbia perso la voglia di inabissarsi nell’immensità.
Io scuoto il capo, non voglio osare troppo.
Mi basta essere qui, al cospetto dell’unica persona che lei ha scelto di frequentare nell’ultimo periodo della sua esistenza, frugare nella sua vita, guardarlo negli occhi e tentare di capire perché Laura abbia scelto lui.

La brezza della prima sera invade silenziosamente la stanza, entrando dalle fessure fra le assi. Con dita sottili solletica la pelle nuda delle braccia e delle gambe, annunciando la notte che viene dal mare; il suo alito è fresco di rugiada, la sua bocca esala aromi di terre lontane. Insieme al buio incombente mi raggiunge il suo sussurro dolce, canta all’orecchio dei dormienti  con la voce suadente delle sirene.

Il vecchio guarda muto e capisce. Fissando un punto alle mie spalle, da buon pescatore fa quello che gli riesce meglio: aspettare.
D’improvviso capisco anche io. Immagino Laura nel suo vestito lungo e chiaro, camminare lentamente su queste rive, disegnando piccole orme regolari sul bagnasciuga, subito cancellate dalla risacca.
Cercavi un posto dove, alle tue spalle, non restassero né orme né memorie, un luogo in cui il tempo precipitasse su sé stesso nel volgersi del flusso e riflusso dell’onda.

Così hai affrontato la tua battaglia, cancellandone ogni traccia perché il dolore non attecchisse, la sconfitta del presente non avvelenasse il passato e non fosse da fondamento al breve futuro.

Mi alzo, ho gli occhi lucidi.
Senza un motivo, tiro fuori dalla tasca dei pantaloncini l’ultima lettera che ho ricevuto da mia figlia, scritta poco prima che il cancro la portasse via per sempre.
Annuisce, riconoscendola.
“L’ho spedita io, la settimana scorsa. Si era raccomandata di farlo soltanto… dopo.”

Lo ringrazio ed esco dalla capanna. Sulla soglia la brezza mi avvolge come un turbine, l’eco di una misteriosa danza lontana.
Mi assalgono di nuovo le domande, mulinando nel mio cervello sbattono contro la mia mente come uno sciame impazzito che assale una finestra.

Andarsene così, senza una parola, un saluto. Una lettera postuma in cui mi dici di venire qui, visitare il luogo del tuo volontario esilio, per conoscere la tua unica umana compagnia.
“Quando sarai lì, capirai senza bisogno di parole”, mi hai scritto.

Ed eccomi qui, dinanzi a quest’azzurra tomba che adesso è nera, livida e spaventosa, vibra nella notte e mi atterrisce con il suo muto fragore. Ho paura, Laura, perché con l’infinito non si può parlare e tu è qui che ti sei nascosta, qui dove non trovo più parole.
Da sempre ti ho racchiusa nella fortezza delle mie sicurezze, ti ho vista con chiarezza in ogni passo della tua vita. Il mio amore per te si è fatto verbo; parlandoti ogni volta ti ho raggiunta, le mie parole ti hanno cresciuta spiegando, definendo, rischiarando il cammino che hai scelto di percorrere. Forse non io, ma loro sì, loro c’erano sempre.

Un respiro rauco e lento alle mie spalle, l’odore acuto del tabacco. Il vecchio fuma la sua pipa: lui è a suo agio dinanzi a questo sterminato nulla, dove ogni certezza si perde e diventa a sua volta mare.

Ne avevi bisogno, Laura, di andare oltre il mio amore senza fine?

Per accogliere l’infinito, qualsiasi insieme è insufficiente; per quanto sconfinata sia la sua numerosità, vi è ancora spazio per l’immensità fra due qualunque dei suoi elementi.
Sei scivolata via fra le maglie del mio amore pronunciato, lasciandomi alle soglie di un infinito più grande, indefinibile, indicibile.

Sbuffa la pipa del pescatore, manda verso l’alto le nuvole di fumo e il suo aroma mi avvolge.
Vacillo come in sogno, cullato dal ritmo immutabile della risacca che viene, che va, che all’infinito ritorna, muta ed eterna, senza parole.