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sabato 12 ottobre 2013

Cinque parole perfette

“Non scriverò più romanzi dopo questa ultima frase.”

Le otto parole si stagliavano nette sul monitor, un plotone di pixel scuri schierato alla fine della pagina bianca. Un grande spazio, vuoto come un oscuro presagio, separava quella riga dal resto del testo, monolite continuo e fitto di una moltitudine di parole.

Appoggiò i gomiti sulla scrivania e la fronte sul palmo delle mani. La testa gli doleva e così le dita; si accarezzò le tempie con un delicato movimento circolare dei polpastrelli, ma senza trarne beneficio.
Vagò con lo sguardo intorno alla stanza. Era uno studiolo raccolto, in un angolo riparato della casa, riempito di mensole a loro volta stipate di libri.
I corposi volumi delle edizioni pregiate, austeri nelle loro massicce custodie di cuoio e sovracoperte riccamente decorate, campeggiavano troneggiando su un oceano sparso di edizioni economiche, manuali, opuscoli, libriccini.
L’unico, vecchio tavolo tarlato della stanza era ricoperto di maestose opere in plano, adagiate con cura lungo tutta la superficie, al di sopra della quale traballavano improbabili torri di ottavi e sedicesimi, accatastatesi, nel tempo, in modo da formare una compatta muraglia.
Come tutte le cose piccole, si appoggiavano le une alle altre per non crollare.