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giovedì 12 dicembre 2013

Portami via

La pietra scomparve con un tonfo sordo dentro l’acqua scura. Le onde concentriche si allargarono pigramente, riflettendo le luci fredde del porto.
Lucia lasciò dondolare le gambe al ritmo di quelle oscillazioni: fissava un punto indistinto sulla superficie oleosa dell’acqua. Rilassando gli occhi, lasciò che i riflessi si sfocassero e nelle macchie di colori cupi le sembrò di vedere un corpo che galleggiava.
Un cadavere di luce, che si stava spegnendo.
“Ne vuoi ancora?”
Pietro aveva la voce roca, da adolescente cresciuto in fretta. Lei si voltò a guardarlo, mentre le porgeva la piccola sigaretta storta che aveva arrotolato con le dita sottili.
La ragazza scosse il capo e sorrise, dolcemente. Rimasero in silenzio a guardare i fari di servizio della banchina che disegnavano strisce azzurrognole sugli scafi lucidi delle barche.
Lucia non sapeva esattamente per quale ragione andassero lì, la sera, invece di andare in giro per le vie del centro, insieme a quelli della loro età. Immaginava che fosse per quel muro invisibile, che univa loro due e li separava dagli altri, fatto di cene silenziose, di frasi rabbiose sussurrate a mezza voce nella notte. C’erano lividi da nascondere e sguardi muti, che dicevano tutto, ma che nessun altro ragazzino sapeva leggere.