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mercoledì 29 gennaio 2014

Vespero del Mattino

Era rimasto seduto a lungo, a poca distanza dalle ultime capanne del villaggio, in attesa del momento opportuno. Lottava per trovare una posizione comoda e alla fine, sotto alle sue gambe rannicchiate contro il ventre, la sabbia aveva ceduto, formando un confortevole avvallamento.
Alzò lo sguardo a oriente.
Da quella parte banchi di nuvole soffici, cariche di eleganti drappeggi dorati, fuggivano incalzate dal vento furioso; sul lato opposto del cielo, maestosi cumuli di nembi scuri incedevano fieri, ugualmente sospinti. Sanguigne tonalità di porpora e freddi indaco adornavano quelle avanguardie della notte, livide di pioggia.
Inclinando il capo, nell'incendio del tramonto, il ragazzino cercò nei varchi fra le nubi la piccola gemma splendente che annunciava il crepuscolo; la trovò facilmente.
Sorrise, intimamente compiaciuto del suo  successo: tutto il resto, sarebbe stato semplice.

*             *             *

Non era facile avanzare, in quel cimitero di sabbia. Numerosi relitti, spolpati dal vento e dal sale, biancheggiavano dalle dune, adunche torri sbilenche che sorvegliavano le onde e ne venivano lambite con carezze lente, sibilline promesse di un nuovo, incerto viaggio.

lunedì 27 gennaio 2014

L’oste di Brzezinka

Il vento, nel camino, sputa fiocchi sporchi, che muoiono sulle braci con sibili rabbiosi. E’ una sera fredda.
Guardo quelle scintille di ghiaccio e mi chiedo se vengano dal piccolo campo. Dicono che è vicino, oltre i mulinelli di neve, nascosto dal sospiro lugubre del vento. E’ coperto da un sudario di bruma e protetto con un muro di spine. Contorte, di freddo metallo; goccia a goccia, vi stilla una livida rugiada.
Là banchi di ceneri morte galleggiano nel cielo nero, poi ricadono in una pioggia di sangue e di lacrime, che insozza i campi e  avvelena la terra.

mercoledì 22 gennaio 2014

sabato 18 gennaio 2014

Naufragio - prima parte

Van Ein stava fermo in piedi, stringendosi nell'angusto vano di compensazione, davanti alla camera di isolamento. Teneva gli occhi chiusi e le braccia inerti gli ricadevano lungo il corpo, mentre aspettava pazientemente che gli aspiratori finissero di pompare il gas, permettendo alla porta interna di aprirsi.
Non aveva paura e non provava particolare curiosità. Avrebbe soltanto voluto che non essere stato lui, a trovare il relitto, e che ora non fosse costretto ad incontrare quei disgraziati, come invece prescriveva la Legge.
Con uno scatto ovattato, la grande porta di metallo si sbloccò e cominciò a ruotare lentamente su sé stessa. Nonostante le protezioni e i filtri che indossava sulle branchie, Van Ein percepì chiaramente intorno a sé la disgustosa atmosfera calda, secca e irritante, con cui avevano riempito l'enorme cupola in vetro e acciaio dove erano stati sistemati i naufraghi. L’aria gli aggredì i sensi e gli graffiò la gola, insieme a quell’odore inconfondibile, di bestia e di marcio, che lo aveva disgustato dal primo istante.
Chiuse di nuovo gli occhi, concentrandosi in un breve, intenso Canto. Poi si scosse, spalancò la porta ed entrò nel locale, sforzandosi di sorridere. La Fede Luminosa gli aveva insegnato che ogni vita era sacra; doveva sforzarsi di ricordarlo. 

domenica 12 gennaio 2014

I dadi di Dio

Questo post partecipa al Carnevale della Matematica numero 69 su Matem@ticamente da Annarita Ruberto, con l'affascinante tema delle macchine calcolatrici.


“Non credo in un Dio che gioca con il mondo a dadi” – A. Einstein

Fa freddo. Le raffiche di vento spingono il mio corpo in una folle danza, che minaccia ad ogni passo di trascinarmi nell’abisso. Cammino rasente alla roccia aguzza, gelida e scivolosa, consapevole della distanza che mi separa dal fondo di quell’inferno pietrificato. Le luci della centrale elettrica, sotto di me, compaiono a tratti fra i banchi di nebbia fitta.
Se non sapessi che tutto questo è già accaduto, impazzirei di terrore.