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lunedì 30 giugno 2014

Ma a che ci serviva il POS?

Generalmente sono favorevole alle innovazioni e tendo ad apprezzare gli sforzi di modernizzazione di un Paese come il nostro, che sembra sempre allergico ai cambiamenti e prevenuto verso tutte le "cose nuove", con una diffidenza generale per chiunque cerchi di migliorare, che spesso prende i colori del provincialismo. 

Ma in questo caso, l'obbligo generale, in vigore da domani, di accettare il pagamento con pos sopra i 30€ sembra davvero un contenitore vuoto. La lotta all'evasione fiscale  può forse beneficiare di  un incremento della tracciabilità dei pagamenti, ma allora la normativa andava accompagnata da un impianto sanzionatorio.
E molto più importante, dove sono quegli investimenti in legalità, a cominciare dalle scuole e dai contesti difficili, presenza dello Stato, prossimità ed efficienza dei servizi, on grado di cambiare la cultura dominante e di sviluppare il senso del bene comune,  unico vero antidoto alla corruzione? 

Le Banche e il fisco saranno forse felici dell'iniziativa: noi forse sentiamo la mancanza di cose di un altro valore,  diverse dalla valuta,  e facciamo fatica a ricordarci a che ci serve il POS.

http://www.cittanuova.it/c/439379/Rivoluzione_bancomat.html


lunedì 23 giugno 2014

Permesso di soggiorno

Era il 1899, l’ultimo anno del secolo, e io mi ero trasferito a Kensington da poche settimane.
Dopo la morte di mia moglie, le incombenze del lavoro di studioso e gli altri impegni scientifici avevano perso per me qualunque attrattiva. Avevo preso l’abitudine di camminare qualche ora, ogni giorno, in attesa della cena, fino a poco prima del tramonto. Indifferente ai capricci del tempo, la passeggiata pomeridiana divenne ben presto un rituale a cui mi attenevo scrupolosamente, con la puntigliosa consuetudine che contraddistingue ogni vero suddito di Sua Maestà, la Regina Vittoria.
In un pomeriggio soleggiato di fine autunno volli visitare il cimitero di Brompton. Un vecchio amico mi aveva parlato a lungo di quel luogo, descrivendomi in modo assai vivido i pomeriggi soleggiati, quando i morbidi ajouré di luce dorata, che le fronde delle vecchie querce ricamano sul selciato bianco dei viali, si confondono con le scintille arancioni del crepuscolo che avvolgono gli antichi tronchi, rendendo più malinconiche le ombre sulla facciata della Chapel Office. Così mi incamminai per la Old Brompton Road verso occidente, godendomi il raro privilegio di quella dolce luce sul viso, lasciando scorrere lo sguardo sulle facciate dei palazzi dai colori caldi e cupi.

sabato 21 giugno 2014

Oltre la nebbia del primo mattino - Capitolo 3

Nota: questo è il terzo capitolo di un racconto, ambientato in un mondo particolare, che potrebbe anche essere il nostro. I dettagli li puoi trovare qui.


Le onde scure, che si accavallavano in prossimità della costa, carezzavano la linea frastagliata della spiaggia con gelide dita sottili. L’oceano Pacifico, tormentato da insondabili correnti, sussurrava il suo antico canto di brezza e di spuma.
Il vento del sud lambiva la riva rocciosa, entrava nelle brevi vallate, filtrando fra le fronde umide delle Lenghe ed echeggiando nei profondi boschi scuri, abbarbicati sul fianco, subito ripido, delle montagne. Poi saliva impetuoso, portando l’odore del mare fino alle pietraie scoscese ai piedi delle vette candide; e alla fine si perdeva contro il cielo azzurro, strappando alle cime pennacchi di ghiaccio e neve, come fossero fumo.
Marcélo amava quel vento: ne portava l’odore sulla pelle e il fischio nell’anima. Lo sentiva anche adesso, mentre guidava, lungo la strada del porto, il suo piccolo fuoristrada elettrico. Era principalmente per quel vento che non era stato capace, nella sua lunga carriera di scout militare, di lasciare Ushuaia.

Negli anni, la sua esperienza e abilità gli avevano offerto decine di buone occasioni per trasferirsi lontano da quell’estremo avamposto, ma lui non ne aveva voluto sapere, giungendo a congedarsi dall’esercito quando l’unica possibilità di lavorare per i militari avrebbe significato un distaccamento di cinque anni sul continente africano.

venerdì 20 giugno 2014

Mondiali 2014: accendi la TV, e la festa è già finita.

Per me, che nutro un timido interesse per lo sport più amato dagli Italiani, l’appuntamento dei Mondiali di calcio è sempre stato un’occasione di rispolverare il mio animo di tifoso della Nazionale e appassionarmi a strategie di gioco, virtuosismi atletici, contropiedi e fuorigioco. Per qualche settimana, ogni quattro anni, armato di divano, bevande fresche e telecomando, mi sono sottoposto piacevolmente al consolidato rituale della partita con amici e familiari, rinsaldando i miei legami di appartenenza al mio “popolo di commissari tecnici”, come ci definì chi C.T. lo era per davvero.

Ma quest’anno le cose non stanno andando per il verso giusto: il divano va quasi sempre deserto, con gli amici facciamo altre cose e il telecomando rischia di prendere polvere, insieme al televisore.

sabato 14 giugno 2014

Sassolini Verdi

Lucertola sollevò il piede e si accinse a distendere la gamba, spostando in avanti il peso del corpo, per compiere faticosamente un altro passo. In quella disgraziata giornata, ne aveva già fatti diverse migliaia, arrancando a fianco dell’altro sopravvissuto allo schianto.

Le due serie di orme si snodavano parallele, serpeggiando nella distesa di sabbia verdastra, arroventata dai due soli principali che splendevano in cielo.
In quel punto la sconfortante monotonia del deserto di scaglie rocciose era interrotta dalla protuberanza di una formazione più grande, perfettamente invisibile nell’abbacinante mare di riflessi cangianti che riverberava dal terreno.
Il piede di Lucertola vi sbatté contro, facendogli perdere l’equilibrio e lasciandolo in balia della forza di gravità che, sebbene di molto inferiore a quella terrestre, fu sufficiente a sbatterlo malamente a terra, rovesciandolo sul dorso.
Robson trasalì, mentre il rumore prodotto dalla caduta dell’amico si propagava nell’atmosfera del pianeta e raggiungeva l’impianto acustico del suo casco.
“Ehi, Lucertola!” lo apostrofò, chinandosi sulla figura del compagno. Questi, come uno scarafaggio ribaltato, combatteva con il peso della tuta per mettersi seduto.
“Tutto a posto, amico?”
Una serie di scariche di elettricità coprì in parte la risposta. “… questo pianeta di merda verde!”

martedì 10 giugno 2014

Oltre la nebbia del primo mattino - Capitolo 2

Nota: questo è il secondo capitolo di un racconto, ambientato in un mondo particolare, che potrebbe anche essere il nostro. I dettagli li puoi trovare qui.


Faceva caldo.
Nell’ampia suite, ricavata all’ultimo piano di un moderno grattacelo nel centro di Maputo, le pale di tre grandi ventilatori rimestavano aria calda, agitando le zanzariere in elaborati volteggi; la luce lunare vi si rifletteva generando spettrali giochi d’ombra.
Nora rabbrividì quando uno di quei drappi, impregnati di umidità, si staccò dal baldacchino del letto e le si avvinghiò alla pelle nuda del fianco, solleticandole il seno. Lentamente si mosse, liberandosi del fastidioso contatto, e si girò a guardare l’ambasciatore, disteso accanto a lei. L’uomo dormiva profondamente, il respiro pesante che gli raschiava ritmicamente contro la gola, interrotto da sussulti e rumorose deglutizioni.
“Ubriaco fradicio” pensò la ragazza, scivolando lentamente verso il pavimento, attraverso le cortine ondeggianti della zanzariera.
Per un attimo rimase lì, la schiena slanciata che biancheggiava nell’incerta luce notturna, poi si mosse con sicurezza e attraversò la camera da letto, diretta verso il punto in cui l’uomo aveva lasciato i propri vestiti. Si chinò sul mucchietto di abiti, rimanendo accovacciata per qualche secondo, poi si rialzò e scomparve oltre la soglia di un’altra stanza.
Pochi istanti più tardi, le dita della giovane spia di Nuova Damasco scorrevano sulla piccola tastiera del terminale, inserendo le credenziali di Eduardo Perés nel portale di accesso all’area riservata di un sito governativo ad accesso diretto, ben sepolto nel deepweb e sconosciuto agli algoritmi di ricerca. Con una serie di rapidi comandi, trovò i file che era venuta a cercare. Appoggiò la mano destra sul case ad induzione ed iniziò a copiarli nella memoria portatile che aveva serigrafata sull’unghia del pollice.

giovedì 5 giugno 2014

Della dignità del rimandare il dentista

Sì, lo so. Non sto giocando pulito. Il post è ingannevole, autoreferenziale e pretestuoso.
Il fatto è che questo dovrebbe essere un articolo sulla parola "procrastinare", per rispondere all'idea di una che si chiama Romina Tamerici e che in settimana passata si è inventata questa roba.  E a me, quella parola lì fa venire in mente l'essere più terrifico che riesco a concepire, e le molteplici strategie che metto in atto per evitarlo. 

Ma in fondo, che altro si può scrivere su: "procrastinare"? 
Già solo a pronunciarlo, ti vien voglia di mollar tutto, riparlarne domani: nomen-omen, e buonanotte.

martedì 3 giugno 2014

Polvere rossa

Leo e Marika camminavano senza fretta, calpestando con studiata noncuranza gli antichissimi mucchietti di polvere rossa che crescevano in piccoli coni, bassi e instabili, ai lati della pista di terra battuta.
Il sentiero saliva pigramente sul fianco dell'arida collina, costeggiando dall'alto il villaggio; le sue unità abitative, rotonde e bianche, sembravano abbarbicate alla roccia come arselle su uno scoglio.
Più lontano, verso le montagne, le correnti ascensionali sbattevano in alto le rade nuvole di vapore, che spuntavano lentamente dal camino del condensatore e venivano risucchiate sopra l'immensa pianura desertica. Una  coperta rossa, grande come il mondo, punteggiata di minuscole macchie verdastre, là dove le serre idroponiche avevano attecchito.

A Leo piaceva quel tratto di strada: da quando aveva imparato quella parola difficile, facendosi spiegare il significato da suo padre, cercava di scoprire i segni del processo di terraformazione in atto: una nuvola che indugiava in cielo, opponendosi al vento furioso, o un ciuffo d'erba che resisteva per qualche giorno ai margini di un campo di condensazione.

domenica 1 giugno 2014

Oltre la nebbia del primo mattino - Capitolo 1

Nota - questo racconto è ambientato in un mondo che forse, un domani, potrebbe essere quello che ci aspetta. O qualcosa di simile.
Potete leggerlo e basta, senza farvi altre domande. Ma se vi incuriosisce è volete approfondire i dettagli di questa Distopia, o le sue origini, fatelo: potrebbe essere divertente.

Il sole, da quell'altezza, sembrava sul procinto di precipitare sulla terra, come in un'antica favola nordica. Dal suo disco bianco, reso netto dal vetro polarizzato dello stratocottero, i raggi si incuneavano a picco nella troposfera; un pozzo di luce, in fondo al quale scintillava lontanissimo l'azzurro dell'oceano.  
Mikerson indugiò sui comandi, lasciando il velivolo sospeso sul ciglio di quell'abisso, godendosi la sensazione di totale assenza di legami che gli dava volare a punto fisso ai confini dello spazio aperto: libertà assoluta.
"Ehi Ron!" lo apostrofò il suo compagno, squarciando il silenzio perfetto e interrompendo l'incantesimo. "Hai trovato un semaforo rosso? Che stiamo aspettando?"
"Stai calmo, Debois. Sto per andare giù."
"Sbrighiamoci, allora. Comincio ad avere fame, siamo fuori da stamattina."
Il pilota scosse la testa: la visiera del casco pressurizzato gli nascondeva un sorriso beffardo. Tipico di quel bestione, pensò con livore: trovarsi sospesi sopra allo spettacolo più affascinante dell'universo, e contemplare il buco nel proprio stomaco.