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venerdì 29 agosto 2014

Non farlo!

- Non farlo, Erond. È pericoloso!
Le parole della ragazza si persero nel frastuono della cascata. I getti paralleli le ondeggiavano davanti, gettandosi nel baratro sottostante: due immense colonne d’acqua che congiungevano il cielo e la terra. Alemor sentiva la veste fradicia che le si appiccicava al corpo, mettendo in evidenza le sue forme piene in un modo che, in un'altra circostanza, avrebbe trovato sconveniente. Ma in quel momento le importava soltanto impedire a suo fratello di compiere un’immensa sciocchezza, che li avrebbe condannati tutti.
- Le leggende sono soltanto fesserie! – ripeté, gridando per farsi udire dal giovane. – Non c’è nulla, dall’altra parte del mondo!

mercoledì 27 agosto 2014

Il naufragio del "Perroquet" 2/2


Il tempo, quando si è immersi nella completa solitudine, tende ad assumere un andamento bizzarro. Così fu per me quell’inverno, nel quale non misurai il trascorrere dei giorni se non in modo approssimativo, osservando il progressivo ridursi delle ore di luce e, nello stesso tempo, l’incremento del gelo impietoso. Ero occupato a sopravvivere e dividevo le mie giornate fra lo sforzo per procurarmi il cibo e il tentativo di costruirmi un riparo migliore, dove non avrei rischiato di morire assiderato nel cuore della stagione fredda. Riuscii in entrambe le cose a prezzo di indicibili sacrifici, trovandomi di continuo sul punto di soccombere: ma quando il peggio fu passato, e i tramonti ripresero a distanziarsi dall’alba, avevo sopra la testa un tetto solido, fatto di tronchi squadrati e pietre, e mi scaldavo al tepore di un vero focolare. Costruii la nuova dimora presso il fianco meridionale della grande scogliera e quel luogo, primo responsabile della mia sventura, forniva adesso un solido appoggio per la mia casa.

martedì 26 agosto 2014

Il naufragio del "Perroquet" - 1/2


La sera del 29 maggio, dopo ottantacinque giorni di navigazione, il tre alberi al comando di Sir Oswald Blossom avvistò il relitto del “Perroquet”. Era il termine di un’uggiosa giornata autunnale: un vento australe, salmastro e inclemente, fischiava sinistro fra il sartiame, infradiciando le vele di vischiosa condensa.
Ansioso di portare a termine quell’ingrata missione, il comandante, nonostante il sole già basso sull’orizzonte, ordinò di mettere a mare una scialuppa e incaricò il marinaio scelto Neil di condurla fin sotto  alle secche, dalle quali spuntavano sbilenchi gli alberi del veliero, spolpati da sei mesi di salsedine e tempeste. L’irlandese, a cui era toccato l’incarico, si fece il segno della Croce, sputò e scelse a caso tre compagni. Questi si limitarono a seguirlo bestemmiando, prendendo posto nell’imbarcazione, che fu calata in un silenzio lugubre. Ricordo lo sciabordio dei remi sull’acqua scura e le ombre lunghe dell’alberatura del nostro legno, che si sfrangiavano reticolo ondeggiante dei riflessi, mentre un tramonto pallido incupiva il Pacifico meridionale di triste porpora.
La prua della scialuppa si fece strada lenta fra i gorghi dispettosi di quel tratto di mare, denso come acqua stagnante: a poppa, la scia si richiudeva subito sulla chiglia, come se la barca procedesse in un liquido oleoso. Un volo di uccelli marini si librava ad oriente, diretto al  tramonto; dal ponte li vedemmo passare sopra la scialuppa e virare leggermente a nord, verso il relitto, per raggiungere i nidi che avevano sull’isolotto.
La distanza e la penombra del crepuscolo rendevano la scena indistinta. Ad uno ad uno scomparivano i particolari: dei nostri compagni non distinguevamo già più i volti e le mani, quando udimmo nitido un sommesso boato, come una vibrazione sottomarina, seguito da un lungo grido di terrore. Incapaci di reagire, in silenzio, osservammo la scialuppa inclinarsi su un lato, poi beccheggiare con violenti sussulti, fino ad issarsi quasi a perpendicolo sul pelo dell’acqua. Surreale, giunse il tonfo ovattato dei corpi che precipitavano in mare, seguito da un osceno risucchio liquido, che aveva qualcosa di animale, mentre tutta la lancia veniva ingoiata dal vortice. Infine, nel volgere di un interminabile istante, la superficie livida dell’oceano si distese, tornando a riflettere il cielo impassibile, screziato di indaco. Soltanto allora, come un tardivo tuono che segue la folgore, gli uomini sul ponte iniziarono a gridare, tutti insieme.

venerdì 22 agosto 2014

Seguendo la dama bianca (o dei sensi ingannati)



Ti seguo a piedi. 

Nella bianca luce conduco i miei passi sulla scia lieve del tuo profumo: il tuo odore, senza di te, è triste come un rimpianto.

Scende la sera; il sole squarcia il cielo e lo imbratta di colori violenti: le nuvole si impregnano di sangue rosso acceso, che si rapprende e diventa cupo, trascinando lo sguardo nei terribili abissi dell’indaco, dove giace l’angoscia che non si dimentica.

Ho freddo: se avessi  aspettato il tuo ritorno, sulla mia soglia, non avrei sentito i frammenti aguzzi della notte graffiarmi la pelle, o i miei piedi sgretolarsi sul terreno gelato; né avrei subito l’assalto possente della nostalgia, del mare, in quelle notti purissime dove il chiarore delle stelle rende tremolanti i riflessi sull’acqua scura.

Trattativa

- Ne vuoi una? – bofonchiò il più vecchio dei due uomini, cincischiando fra i denti gialli la testa del suo sigaro, mentre porgeva al compagno una bottiglia di Royal Breda.
L’altro, il tedesco, la guardò con disprezzo, sputò per terra e rispose: - Tieniti per te il tuo piscio, olandese.
Sir Ferguson sollevò lo gli occhi dal traballante tavolino che aveva piazzato, a mo’ di ufficio, nel punto più largo della tenda, sotto la più ampia delle sue aperture, per osservare la scena. Attraverso la zanzariera che la proteggeva, ad intervalli regolari,  penetrava un refolo dell’aria scialba e soffocante della giungla, dando per qualche istante l’illusione del vento fresco. Sotto lo sguardo preoccupato  del capo spedizione, i due sorveglianti si guardarono in cagnesco per qualche secondo, poi l’indolenza ebbe la meglio, e i due litiganti tornarono alle attività che li avevano impegnati negli ultimi cinque giorni, per tutto il tempo fra i litigi e il sonno: bere birra calda e ruttare.
Il vecchio nobile scozzese chinò il capo sulle proprie braccia, stendendosi sconsolato sul tavolino. Sebbene meno incline allo scoraggiamento dei due rozzi vigilantes che la Società gli aveva messo a disposizione, anche il suo umore era messo a dura prova: se ne avesse avuta la possibilità, avrebbe piantato su due piedi tutto quanto, lasciando che ogni cosa se ne andasse in malora in quell’infernale angolo di foresta, assieme a tutto il maledetto arcipelago indonesiano.

lunedì 18 agosto 2014

La dama incolore - 4


Qualcosa picchiava nel buio.
Un  ticchettio ritmico, reso ovattato dall’interposizione di un notevole spessore, echeggiava nella testa del giovane, immerso in un sonno agitato. Asterion continuava a rigirarsi nel letto, a cui non era abituato, e la sua mente associava quei colpi cadenzati alle immagini della serata appena trascorsa. Ora era Miss Rebecca, a battere sul tavolo con la forchetta, cercando di infilare il cibo che fingeva di non vedere; nella scena successiva, nell’ordine irrazionale proposto dal sogno, era invece sua madre, che percuoteva la testa di Lord Tompstone con uno scudiscio, facendone uscire copiosi rivoli di sangue, mentre lui continuava a ridere fragorosamente.
Si svegliò di colpo, sollevandosi a sedere sulle coltri, sopra le quali si era gettato ancora vestito: la stanza era immersa nel buio, ma un largo rettangolo di luce lunare, passando attraverso la finestra, illuminava un ampio tratto del pavimento. Non ricordava di essersi coricato, ma era evidente che la cameriera, completato il proprio lavoro, se ne era andata senza disturbarlo. Ancora profondamente turbato, si sforzò di mettere ordine nel tumulto dei proprio pensieri: il breve sonno aveva contribuito a calmare la sua eccitazione e, malgrado i numerosi motivi di apprensione, sentiva la mente lucida e disposta al ragionamento.

giovedì 14 agosto 2014

La dama incolore - 3

Segue

Le regioni settentrionali della grande isola di Bretagna mantengono nei secoli la propensione ai mutamenti repentini del clima. Giunge sempre senza preavviso, nel più grigio dei giorni invernali, il raggio di un sole gagliardo, che scalda l’aria oltre ogni aspettativa, facendo fumare i prati fradici di pioggia e colorando il cielo d’azzurro, che si temeva ormai perduto.
Per effetto di questa caratteristica, il sole brillava insistente, contro gli infissi di una stanza al primo piano di villa Tompstone, in un giorno di precoce primavera. Le imposte chiuse scricchiolavano di legnoso piacere, assorbendo il calore insperato: un pertugio nel legno lasciava scivolare nella stanza un dardo di luce, che nel corso delle ore si era spostato lungo la parete di fondo della stanza, per arrampicarsi poi sul bordo di un letto, e giungere infine a brillare direttamente sul volto dell’uomo che vi era coricato.
Quando le sue palpebre, colpite direttamente dalla luce splendente, non riuscirono più a contenere quella vivida luminosità, l’uomo si destò, tirandosi a sedere, e d’istinto sorrise, sentendosi bene per la prima volta dall’inizio della sua convalescenza, durata alcune settimane. Lord Asterion si accorse di in grado di scendere dal letto, che l’aveva accolto, febbricitante e stremato, dopo la notte trascorsa nei campi sotto la furia dell’uragano. Nonostante avesse parlato a lungo della sua disavventura con gli abitanti della villa, non era mai stato in grado di descrivere chiaramente cosa gli fosse accaduto.  Il padrone di casa e la madre di Miss Rebecca avevano finito per convincersi che il giovane gentiluomo, poco pratico dei luoghi, si fosse perso nella tempesta, e che i rigori della notte invernale, uniti alla furia degli elementi, avessero provocato in lui un tale stato di prostrazione fisica da giustificare il panico e la confusione mentale in cui l’aveva trovato il contadino.

domenica 10 agosto 2014

La dama incolore - 2

La notizia aveva attraversato la piccola comunità come un fulmine che, in una giornata di sole e senza alcuna avvisaglia, scaturisca dal cielo limpido e si abbatta violento nel bel mezzo di un giardino fiorito. Nei giorni di forzata inattività, a cui lo costringevano le insolite circostanze, lord Asterion si rese conto di come il senso comune della gente del posto non avesse tardato ad individuare nella sua presenza, in quanto eccentrico forestiero, la causa finale della vergogna che aveva colpito tutti loro. L’increscioso evento, incrinando la stabilità della famiglia aristocratica, aveva infatti, per ineluttabile assioma e atavico ordinamento delle cose, minato alla radice l’equilibrio dell’intera comunità.
Come ebbe modo di realizzare, girando per il paese, dai brandelli di conversazione che sfuggivano alla ritrosia dei paesani, il gentiluomo venuto dal Sud era già stato identificato come foriero di sventura prima del suo arrivo. Il suo incarico presupponeva  l’intenzione di mutare il paradigma di una cultura che da secoli affondava le proprie radici in un abisso di consuetudini, il cui unico fine era quello di preservarsi immutata, garantendo l’assenza di ogni cambiamento.
Insegnare all’unica figlia di Lord Tompstone a ragionare come un uomo, ad abbracciare la fede della ragione, abiurando i dogmi della consuetudine e della tradizione, era più di un gesto sconveniente: rappresentava un sanguinoso insulto. Da lì, il popolino era giunto subito a pensare che ciò che era accaduto alla famiglia nobile fosse una solenne punizione divina, diretta conseguenza di quell’azione immorale, e che a farne le spese sarebbero stati comunque  tutti loro.

sabato 2 agosto 2014

Sulle fragili ali della bellezza - trailer book

Estate, tempo di svago, di rilassare la mente. Ehi, un momento: ho detto rilassare, non spegnere! Il nostro cervello è una macchina complessa, che ha bisogno di restare sempre in attività: per lui, il relax significa impegnarsi su un compito diverso dal solito, purché sia stimolante e divertente, in un contesto piacevole. Ma ha bisogno di essere attivo: se viene "spento" ne soffre (e non è detto che possa riaccendersi :-D)

Dunque come conciliare la volontà del corpo di spalmarsi su morbidi prati erbosi o assolate spiagge, e la necessità della mente di rimanere operativa? Ecco una proposta estiva!
Perché non affidarsi alla matematica? E non venitemi a dire che non c'entra con le vacanze: questo è anche il tema scelto per il 76° Carnevale della Matematica, ospitato da Maurizio Codogno (che è pure il curatore della collana di matematica divulgativa Altramatematica, di cui fa parte la "soluzione" al problema che stiamo discutendo)

Un libro, quindi. Qualcosa da portarsi sotto l'ombrellone, dentro lo zaino, in cima ad un rifugio e, se questo è il vostro genere, in città, in campagna, in bicicletta. Basta un lettore di ebook e, alla disperata, uno smartphone: il cibo per la mente occupa meno spazio del sacrosanto spuntino in alta quota o della "parmigiana" domenicale sulla spiaggia. Provare per credere: e poi, naturalmente, perché fermarsi qui? La collana ha numerose "perle" da conoscere e collezionare!

"Racconti Matematici", ve lo presento con un'anteprima esclusiva. Questo è l'incipit di una delle due storie che costituiscono il libro, edito anche lui da 40K nella collana Altramatematica. Il tutto nasce da una semplice considerazione: c’è ancora qualcuno, là fuori, che pensa alla matematica come a qualcosa di arido: paradossi astrusi, noiosi tecnicismi, che nulla hanno a che fare con la fantasia o la creatività.
E poi ci sono coloro, e son parecchi, che hanno sbirciato almeno un po’, dietro le file compatte di teoremi ed equazioni, facendosi strada fra i numeri come se fossero le fronde di un bosco incantato.
Questo libro è dedicato ad entrambe le tipologie di lettori; comunque la pensino sulla matematica, fra queste pagine potranno scoprirne almeno uno, degli infiniti mondi che racchiude.