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mercoledì 27 agosto 2014

Il naufragio del "Perroquet" 2/2


Il tempo, quando si è immersi nella completa solitudine, tende ad assumere un andamento bizzarro. Così fu per me quell’inverno, nel quale non misurai il trascorrere dei giorni se non in modo approssimativo, osservando il progressivo ridursi delle ore di luce e, nello stesso tempo, l’incremento del gelo impietoso. Ero occupato a sopravvivere e dividevo le mie giornate fra lo sforzo per procurarmi il cibo e il tentativo di costruirmi un riparo migliore, dove non avrei rischiato di morire assiderato nel cuore della stagione fredda. Riuscii in entrambe le cose a prezzo di indicibili sacrifici, trovandomi di continuo sul punto di soccombere: ma quando il peggio fu passato, e i tramonti ripresero a distanziarsi dall’alba, avevo sopra la testa un tetto solido, fatto di tronchi squadrati e pietre, e mi scaldavo al tepore di un vero focolare. Costruii la nuova dimora presso il fianco meridionale della grande scogliera e quel luogo, primo responsabile della mia sventura, forniva adesso un solido appoggio per la mia casa.

Quella sera, alle porte della primavera, sedevo davanti alla soglia d’ingresso, intento ad intrecciare con le giunchiglie il fondo di una cesta, attività nella quale andavo compiendo notevoli progressi, grazie anche agli utensili di legno che mi ero intagliato. Dal punto che avevo scelto per abitare si poteva tener d’occhio senza sforzo un ampio arco di orizzonte, da oriente a mezzogiorno, controllando la stessa rotta per la quale ero giunto al mio destino. Poco prima del tramonto, il mare, fino a quel momento quieto, iniziò ad incresparsi per l’azione di un brezza tesa, che in breve crebbe d’intensità fino ad assumere la violenza impetuosa di un fortunale. Osservando l’addensarsi di nuvole scure, percepivo l’aria carica di una tensione che la vita all’aperto mi aveva insegnato a temere. Mi affrettai dunque a riporre all’interno della casa i preziosi attrezzi per la pesca e la caccia, le prede stese ad affumicare e i pochi frutti selvatici che ancora mi rimanevano, preparandomi a sprangare le assi della porta, per non rischiare che il vento la squassasse. Il fuoco, che scoppiettava quieto nel camino, mi richiamava all’interno come un amante premuroso. Ma all’ultimo istante, indugiando con lo sguardo perduto nella selvaggia bellezza della tempesta, vidi qualcosa che mi bloccò il respiro nella gola, lasciandomi sbigottito. Scuro contro il sole, orrenda apparizione spettrale, un grosso veliero incrociava verso l’isola. Dagli alberi rovinati, brandelli laceri di vela sbattevano al vento, implorando un soccorso che non sarebbe mai giunto: lasciai cadere gli oggetti che avevo in mano, il cuore oppresso dal terrore nel riconoscere, al di là di ogni possibile dubbio, la sagoma affusolata del “Perroquet”. Sbagliarsi era impossibile: era identica al relitto che avevo visto mesi prima, incagliato su quello stesso scoglio contro il quale adesso, davanti ai miei occhi, stava per sfracellarsi.

Come in un sinistro dejà vu, incapace di un solo movimento, vidi il vascello imbardarsi e sbandare, preda del vento e della furia del mare, e venir sbattuto come un fuscello contro la roccia. L’urto violento squassò l’aria, superando il frastuono della tempesta: mi parve di udire le grida dei naufraghi e lo squillo sinistro di una campana: ma forse i miei sensi eccitati si ingannarono. Alla vista dei corpi sbalzati in mare mi riscossi e, incurante della furia del temporale, discesi a precipizio le balze, graffiandomi braccia e gambe, rischiando più volte di cadere a mia volta fra i flutti imbizzarriti. Giunsi alla spiaggia, sul limitare delle rocce, in tempo per vedere all’ultimo chiarore del giorno la nave che si incagliava, nell’identica posizione in cui l’avevo vista la sera del nostro arrivo sull’isola: a conferma di quell’allucinante visione, sulla fiancata del vascello campeggiava, in lettere dorate, il nome del veliero che eravamo venuti a cercare.
Davanti ai miei occhi esterrefatti si consumava, in un tempo sospeso a cui io stesso non appartenevo, la raccapricciante scena dei naufraghi che venivano scagliati contro la scogliera, trovandovi una fine orrenda. Le loro grida, i tonfi sordi dei corpi spappolati sulla roccia, mi perseguitarono per molto tempo dopo quella sera: sospeso in un incubo grottesco, del tutto impotente, osservavo la carneficina. Non mi fu possibile avvicinare nessuno dei poveracci, preda della corrente, né offrire loro alcun aiuto. Con il capo chino, fradicio di pioggia e di spruzzi salmastri, urlavo il mio dolore, unendo il mio lamento ai loro. Infine, quando la violenza della tempesta fu esaurita, sul mare argentato dalla luna galleggiarono ormai quieti i corpi martoriati di quegli uomini, per i quali non avevo potuto che piangere.
La luce dell’alba gettava sinistri bagliori sul desolante spettacolo della spiaggia, ricolma di corpi spezzati, quando trovai finalmente il coraggio di muovermi. Per un tempo che non so quantificare vagai fra quei cadaveri, come in preda al delirio di una febbre maligna: forse vomitai, di sicuro gridai a lungo, mentre i loro lividi volti di spettri già morti parevano fissarmi e chiedermi cosa ci facessi lì, come se quella sciagura avesse a che fare con la mia innaturale presenza in quel tempo. Incapace di dare una risposta a ciò che vedevo, corsi infine verso il rifugio che avevo imparato a chiamare casa, mi sprangai alle spalle la porta, ingenuo baluardo contro la maledizione che mi pesava addosso, e caddi sul letto, svenuto.
Quando mi svegliai, la mia coscienza razionale sembrava aver ripreso il sopravvento sulle emozioni: tornai alla spiaggia, deciso a chiarire quell’assurdo. I morti giacevano dove la corrente li aveva buttati. Avevano i volti lividi e le pance gonfie, da annegati, ed erano straziati da orribili ferite: sui poveri resti si accanivano i granchi di cui usavo cibarmi e che adesso, crudele nemesi, banchettavano con i miei consimili. Poco distante, verso il mare aperto, il relitto del “Perroquet” si stagliava nitido contro il mare, di nuovo azzurro e luminoso: aveva gli alberi spezzati e giaceva su un fianco, inclinato e sghembo, così come l’avevo visto per la prima volta arrivando sull’isola.
A prezzo di notevoli sforzi, innalzai alcune pire: lavorando tutto il giorno vi composi ciò che restava dei naufraghi e, a sera, offrii loro le esequie che era in mio potere tributargli: osservando le vigorose fiamme squarciare il buio della notte, e le scintille di quel rogo confondersi con le stelle, pregai che allo stesso modo si dissolvesse l’incubo in cui ero precipitato. Fu invano.
Al mattino successivo, la mareggiata iniziò a riversare sulla spiaggia il contenuto delle stive del “Perroquet”: esaminai ogni cosa, mettendo da parte una moltitudine di oggetti utili, destinati a rendere meno precaria la mia vita di naufrago. Fra tutto quel ben di Dio, trovai anche una cassa sigillata, dove il previdente capitano del vascello usava riporre il diario di bordo: la sua lettura, la data impressa nell’ultima pagina, le carte di navigazione, fornirono la prova decisiva di ciò che, fino a quel momento, poteva sembrarmi solo una grottesca illusione. La nave appena naufragata era davvero la stessa il cui relitto avevamo rinvenuto, quasi sei mesi prima, sulla medesima spiaggia.

È nella natura dell’uomo la potenzialità di adeguarsi ad ogni genere di circostanza, sensata o meno, giungendo a trarre conforto dalla consuetudine anche in quelle situazioni dove la ragione vacilla. Così accadde a me, che dinanzi all’inesplicabile mi risolsi a considerarmi vittima di una sorta di paradosso, per il quale il mio corpo incosciente, durante la tempesta, doveva essere stato trascinato via: non in un altro luogo, ma in un altro tempo. Del resto, a parte l’assurdo episodio di cui ero stato testimone, non vi era nella mia vita solitaria nessun elemento che potesse farmi dubitare dei miei sensi, o del mio intelletto. Continuavo pertanto a lavorare per migliorare le mie condizioni che, sebbene mitigate da ciò che recuperavo fra i rottami del naufragio, non potevano certo definirsi confortevoli.
Dal giorno stesso in cui ritrovai il diario di bordo del “Perroquet”, provai il desiderio di continuare a compilare quel libro che, a rigore di ogni logica, avrebbe dovuto concludersi con la data nella quale la nave era andata incontro al suo tragico destino. Lo feci comunque, utilizzando delle matite a carboncino che avevo trovato, descrivendo ogni sera i miei progressi nell’organizzare la vita sull’isola e riportandovi i progetti che intendevo realizzare in futuro. Fu grazie a quella incombenza che, partendo dalle annotazioni del precedente possessore, ripresi a contare regolarmente i giorni, fissando il mio calendario su quello, anacronistico, della misteriosa nave.
Dopo alcune settimane, mi resi conto del fatto che, stando al computo del tempo sul quale mi ero regolato, non mancava molto al giorno in cui avevo fatto a mia volta naufragio sull’isola. Il pensiero mi suscitò un’immediata ondata di panico: cosa sarebbe accaduto, in quel momento fatale? Avrei visto il veliero su cui ero arrivato spuntare all’orizzonte? Impotente, sarei stato a guardare la scialuppa, con Neil e gli altri compagni, mentre veniva calata in acqua, e poi risucchiata dal vortice? Più angosciante ancora, mi colpì l’idea che, se gli eventi erano destinati a ripetersi come li ricordavo, avrei assistito allo spettacolo di me stesso, sbalzato fuori dall’imbarcazione, in balia delle onde, fino a quando, in un modo che mi era ancora sconosciuto, una corrente benevola mi aveva condotto in salvo.

Nelle settimane che precedevano quel temuto giorno, la mia angoscia andava crescendo: mi risultava quasi impossibile concentrarmi nelle molte incombenze necessarie a mantenere in efficienza le piccole comodità di cui mi ero faticosamente dotato. Soltanto l’istinto, e il ricordo delle sofferenze passate, mi impediva di trascurare le trappole, le nasse e il piccolo orto, artifici grazie ai quali avevo cibo in abbondanza. Ma ogni cosa la compivo con la mente assente, costantemente preda dell’angosciosa attesa: contavo il tempo, ma la sua stessa nozione, la banale matematica con la quale avevo imparato a sommare le ore ai giorni, e questi alle settimane, mi sembrava adesso innaturale, orribilmente sbagliata.
Un demone oscuro, signore di un mondo caotico e spietato, si agitava al di là del sottile velo della realtà, che fino a quel momento lo aveva celato, proteggendomi, ma che si faceva di ora in ora più sottile e labile. Sentivo che la mia mente vacillava: ero cresciuto, come ogni essere vivente, nella certezza della struttura lineare del tempo. In quale modo avrei potuto accettarne una natura circolare, così impietosamente ricorsiva? E se quella era la realtà, sconosciuta al resto del mondo, mi domandavo perché si fosse rivelata proprio a me, ed in modo così cruento. Riempivo di queste riflessioni le frasi del diario di bordo, ricavandone l’unico conforto di conservarne una progressione cronologicamente coerente, quasi temessi, man mano che si avvicinava l’ora fatale, che il mio tempo avesse iniziato ad aggrovigliarsi su stesso.

Sebbene, come ho detto, fossi giunto a temerla, fu la matematica che alla fine offrì alla mia mente allucinata una via d’uscita da quella follia: nei pochi anni in cui la mia famiglia era riuscita a offrirmi l’occasione di studiare, avevo appreso i rudimenti dell’algebra, verso la quale mi era riconosciuta una promettente inclinazione. In seguito, quando le condizioni economiche costrinsero mio padre a ritirarmi dagli studi, fu lui stesso a procurarmi i testi necessari perché coltivassi le mie capacità, fin dove mi era possibile farlo senza l’aiuto di un insegnante. E nonostante la necessità di imbarcarmi avesse interrotto questa imperfetta forma di erudizione, non di rado mi capitava di intrattenere la mente con la soluzione di problemi algebrici, o impegnarla in riflessioni speculative a tema matematico: trovavo quelle pratiche un buon modo per calmarmi e ridurre la tensione.
Così anche in quelle angoscianti settimane mi trovai ad analizzare la mia situazione in termini algebrici: vi leggevo infatti gli elementi caratteristici di una complicata equazione, i cui membri descrivevano due linee temporali, la mia e quella del “Perroquet”. C’erano due punti della linea del tempo a cui conducevano le soluzioni, ossia entrambe le versioni del naufragio del veliero: una, a cui avevo assistito, che per questo motivo chiamai positiva; e l’altra, dove io non ero sulla scogliera ad osservare la sciagura, e che pertanto ritenni opposta alla prima e definii negativa.
A connettere i due estremi c’era il tempo, del mio viaggio per mare e della mia permanenza sull’isola, che si avvolgeva come una curva chiusa, permettendo alle due versioni della storia di coesistere. Pertanto mi ero convinto che, con l’arrivo della mia nave, la vicenda si sarebbe semplicemente ripetuta, costringendomi in qualche modo a vivere gli stessi eventi, inconsapevole: anche quello stesso momento, in cui affidavo al diario di bordo queste arzigogolate riflessioni, potevo averlo già vissuto infinite volte! Seguendo la mia logica bizzarra, giunsi alla conclusione che l’unico modo, per spezzare il circolo vizioso di cui ero prigioniero, fosse impedire al capitano Blossom di trovare il relitto o, almeno, convincerlo ad allontanarsi dall’isola prima dello scatenarsi della tempesta che mia aveva sbattuto sulla spiaggia.
Fu così che concepii il mio terribile piano, quello che adesso, su questa nuda lingua di roccia, mi accingo a mettere in pratica: sono consapevole dei rischi che corro, ma credo che ogni alternativa sia ragionevole, rispetto alla prospettiva di rimanere per sempre imprigionato in questo assurdo paradosso. Per fortuna, fra il materiale che si è salvato dal “Perroquet”, c’erano diversi barili di polvere da sparo: ho appena finito di minare la roccia su cui poggia il relitto, ma il tempo, nuovamente, mi è avverso! Già all’orizzonte compaiono gli alberi della nave con cui giunsi e con la quale, nuovamente, vengo a questo luogo di dannazione; c’è appena il tempo di stendere la miccia, sistemandola con cura perché gli spruzzi non la bagnino. Dannazione, la scialuppa di Neil è già in acqua: presto, devo far presto. Per fortuna ho imparato ad accendere il fuoco in ogni condizione…

***

In piedi, sul castello di poppa, Sir Oswald Blossom osservava sgomento la scialuppa con i suoi uomini, inghiottita dalle onde. Al suo fianco, il secondo aveva abbassato il cannocchiale e fissava il capitano con il volto cinereo.
–  Ma cosa può essere stato? – domandò, come se l’altro potesse conoscere la risposta.
–  Che il diavolo mi porti se lo so. Dal tipo di gorgo, però, si potrebbe ipotizzare un qualche genere di esplosione.
–  Non ho visto alcun pennacchio di fumo, o vampa.
–  Può succedere, se lo scoppio avviene a pelo d’acqua. In ogni caso, dobbiamo fare il possibile per recuperare quei poveretti e capire cosa sia accaduto.
–  Ma signore…  non era vostra intenzione di tornare a Nauru immediatamente, per segnalare il relitto?
–  Dovremo attendere, temo –  rispose il Comandante, accigliato. Poi, con un sospiro stanco, aggiunse: – Questo maledetto incidente finirà per scombinare del tutto il mio programma.



Questo racconto partecipa al Carnevale della Matematica di settembre (numero: 77; nome in codice: all’alba melodioso) che sarà ospitato su Mr. Palomar, con il tema: Matematica mostruosa, spaventosa, vertiginosa