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martedì 30 dicembre 2014

Uno spicchio di cielo

Il rettangolo di cielo che apparteneva all’altro mondo si trovava in alto, vicino allo zenit. Bisognava guardare fra la vecchia torre mezza diroccata del castello e il bordo aguzzo del campanile della cattedrale, stando con il naso per aria, quasi in verticale.  Poiché il buio cadeva sempre alla stessa ora da entrambe le parti, era molto difficile individuarlo senza i giusti riferimenti, specialmente se il tempo era sereno sia di qua che di là.
Gli abitanti del borgo si erano abituati e si divertivano ad occhieggiare i forestieri, fermi in mezzo alla via, che si torcevano il collo fino a farsi male, strizzando inutilmente gli occhi; ridevano dei loro sguardi confusi, finché i turisti, delusi e irritati, erano sul punto di andarsene; allora gli esperti locali si avvicinavano e fornivano le giuste indicazioni. Spiegavano che si doveva seguire il moto di una nuvola, o il volo di un uccello, finché questi, passando davanti al cielo dell’altro mondo, non scomparivano alla vista, per riapparire sul bordo opposto di quella finestra incantata. Dopo, sorridevano compiaciuti alle espressioni di meraviglia che si diffondevano tutto intorno, e stavano lì sornioni, ad aspettare il compenso per l’aiuto fornito.
Ma i primi tempi, quando senza preavviso era iniziato quello straordinario fenomeno, la gente aveva terrore ad uscire di casa; tutti evitavano di guardare l’inquietante spaccatura nella volta celeste, dove le nuvole si rifiutavano di addensarsi quando tutt’intorno stava piovendo; oppure, al contrario, vi imperversavano fulmini e  nembi scuri nel bel mezzo di una splendida giornata estiva. Gradualmente poi la novità era stata considerata con più curiosità e minor timore: i cittadini si soffermavano volentieri ad ammirare il ritaglio di uno splendido tramonto che si stagliava sullo sfondo di un orizzonte livido e cupo, donando grazia ed eleganza ad una giornata altrimenti bigia.

domenica 28 dicembre 2014

Jonas e Giona - sceglilatuavventura continua!

Un nuovo capitolo di #sceglilatuaavventura, il meme del finale alternativo, lanciato dal Coniglio, che impazza su internet  nelle ultime settimane. 
Come, non lo conoscete? Non ne avete mai sentito parlare? Nemmeno una volta, eh... Ok, forse dire che "impazza" è eccessivo. Meglio che vi vediate il link al post originale, dove c'è anche l'incipit che il nostro amico Alberto Nordico, che desidera rimanere anonimo, ha completato con questo delizioso meta-racconto. Buona lettura!

Si alzò dal letto e si affrettò a raggiungere lo scrittoio che si trovava appoggiato alla parete opposta della camera. Le folgorazioni che la coglievano nel cuore della notte portavano sempre le idee migliori e andavano annotate prima che svanissero; ma soprattutto urgeva sbrigarsi perché era in ritardo con la consegna e quell'antipatico ometto occhialuto che si faceva chiamare Jonas, avrebbe presto iniziato a farle pressione.... tanto successo e nessun talento, a parte quello di pavoneggiarsi con i suoi colleghi accademici, scrivere qualche articolo scientifico di Fisica o di Matematica che nessuno avrebbe mai letto e soprattutto quello di saper spremere come un limone le doti di scrittrice di Eleanor, che lo avevano reso, oltre che il più famoso scrittore di fantascienza vivente, anche ricco sfondato.

giovedì 25 dicembre 2014

Notte di Natale e conigli


Cosa può dire un Coniglio Mannaro la notte di Natale?  Seguendo una diffusa tradizione, secondo la quale la notte della vigilia gli animali parlano, il coniglio, già scrivente, si è preso la briga di dire due parole a tutti i suoi amici.


Mai si era visto che una creatura del genere desse consigli,  pareri o rilasciasse discorsi: troppo autorevoli intenti per un leporide. Ci si contenta di dire grazie a chi ci segue, a chi passa di qua, a coloro, e son parecchi  che condividono idee, ricchezze e doni personali sulla rete, rendendola un posto più bello e al servizio di tutti.

Comunque sia il vostro Natale, comunque concepiate Dio, il Natale di qualcosa di nuovo e migliore siamo noi e il nostro amore.

Vi auguro di costruire molto bello il vostro pezzetto di mondo.






venerdì 19 dicembre 2014

Reo Confesso

La luce intensa si tinge di porpora, mentre scivola attraverso le alte vetrate e inonda i mosaici sul pavimento dell'Aula. Tutto intorno, volti di pietra, antichi scranni e maestose colonne. La pozza vermiglia di sole luccica sul marmo e mi ricorda il sangue di Geber che mi cola fra le mani, mentre gli stringo il petto squarciato. Non riesco a capire le parole del giudice: l'eco della sua voce stentorea si confonde in una cacofonia che assomiglia alle urla di Lenore. La rivedo che corre verso di noi e gli sorregge suo capo morente. Dio, se li amavo.
Ecco, scende il silenzio; là fuori, di nascosto, sta calando la notte. Non riesco a capire le parole.

Cupa e oscura è la torre: tanto tozze e sgraziate sono le sue volte, che incombono opprimenti sul petto, quanto aeree e slanciate erano le guglie limpide del tribunale, dove la mia sorte fu decisa. C’è una stanza circolare, da basso, dove vivo modestamente. Tutti i giorni non vi mancano né cibo né acqua; vi è il conforto di un camino, la cui fiamma è alimentata dall’esterno (come, lo ignoro) e rimane sempre accesa. Ho un giaciglio, delle vesti pulite, e tutto quanto serve per provvedere alle mie povere necessità materiali. Da una parte si attorciglia la stretta spirale di una scala a chiocciola: di là si giunge nell’unico altro ambiente di questa prigione, lo scrittoio. È, questo, un luogo sollevato di una decina di metri dal terreno, corrispondente alla cima della torre: strette aperture quadrate fungono da finestre e fanno entrare la luce. Ma sono troppo in alto perché possa scorgervi attraverso più di un modesto squarcio di cielo bigio e la loro presenza non mi è in alcun modo di conforto; al contrario mi ricordano, nel modo più crudele, che esiste un mondo esterno, dove l’aria è fresca, non v’è odore di muffa e il sole scalda la pelle chiara.

(credits: Luca Bruno)

martedì 16 dicembre 2014

Le sale della memoria

Era successo all'improvviso, nello stesso momento in tutta la città. Nulla di ciò che era avvenuto durante il giorno, o nelle settimane precedenti, poteva far presagire un fenomeno tanto straordinario: la vita, anzi, trascorreva da tempo senza strappi, un po' monotona, un po' frenetica, come avviene in provincia. 

Poi d'improvviso tutti loro si erano ritrovati così, a muoversi e a respirare, senza preavviso; e adesso camminavano in mezzo alle strade, nelle piazze, con tutta quella confusione e nessuno che sapesse cosa si doveva fare. 

mercoledì 10 dicembre 2014

Il mio amico non esiste

Questo racconto partecipa all'ottantesima edizione del Carnevale della Matematica, ospitato da Flavio Ubaldini nel suo "Pitagora e Dintorni". Il tema è "matematica e irrazionalità". Nel nostro caso, vi proponiamo una poco credibile storia matematica, che non è né reale, né sensata (e nemmeno semplicemente irrazionale...)

Ci incontrammo alcuni anni fa, non lontano da questa riva della Mosella. Come allora, le vecchie finestre della cattedrale occhieggiano fra le modeste arcate del ponte di pietra e, al tramonto, le foglie dell'edera sembrano screziate di rosa.
Non sono sicuro dei miei ricordi. Ad esser sincero, in quegli anni ero certo di ben poche cose: di quella sera, fra le certezze posso enunciare molti bicchieri di vino di Borgogna, i fianchi sodi e il seno generoso di una delle cameriere del "Benoit", e la combriccola di perdigiorno con mi cui accompagnavo nelle notti d’estate, da studente, a Toul. Quello però era un giorno di fine settembre: il clima mite era già guastato dai primi rigori dell'autunno incipiente e gli amici, dopo un numero imprecisato di andirivieni sul lungofiume, fra stornelli lascivi e discutibili interazioni con i rari passanti, si erano decisi a passare al caldo il resto della serata, ciascuno nel proprio letto.
Io invece avevo ancora in corpo troppo vino per desiderare una notte tranquilla e me ne restai a passeggio, in compagnia del gorgoglio allegro della Mosella, nel quale credevo di intendere una qualche melodiosa suggestione. Una placida bruma aveva preso a salire dal centro del fiume e le sue pigre volute carezzavano i canneti, indugiavano sui rami ancora frondosi degli alberi, per poi lambire con lente carezze la base dei lampioni sull'argine, dando ai guizzi dei lumi a petrolio un aspetto fumoso, che doveva apparire inquieto, forse spettrale, e che a me sembrava invece tanto struggente quanto romantico. 

domenica 7 dicembre 2014

Et super hanc petram

- Raduna in fretta le tue cose, prete. Non c’è molto tempo.
Senza attende risposta, il massiccio cavaliere varcò la soglia della sacrestia e si avviò per l’ampio corridoio che menava al cortile del monastero. L’eco metallico della corazza, che risuonava al ritmo vigoroso dei suoi passi, riempì il silenzio nel quale Padre Gualberto affrettava i preparativi. 
Il vecchio sacerdote soppesò il cinturone, già ricolmo delle pergamene con gli esorcismi principali, e volse uno sguardo triste allo scaffale che conteneva i venti eleganti volumi delle Etymologiae di Isidoro da Siviglia. Sospirando, si chinò  a riempire la bisaccia: olio santo, unguenti, reliquie... niente che avrebbe potuto fare veramente la differenza, nell’imminente battaglia. Ma era tutto quello che aveva potuto preparare in così poco tempo. 
Di minuto in minuto, i suoi gesti si facevano più frenetici; il religioso si guardava intorno con rapide occhiate nervose: percepiva qualcosa, come un’ombra che oscurava i mutevoli bagliori delle candele sulle pietre scure. Inquieto, si caricò la borsa a tracolla e si affrettò a sua volta all’esterno, arrancando sul fondo irregolare del cortile sotto il peso del proprio fardello.
Nonostante la luce fosse ancora fioca, il Conte Eceno lo individuò subito e gli rivolse un cenno di saluto, sollevando il pavese, dall’alto del suo stallone corazzato.
- Ci siamo tutti – lo udì dichiarare, ottenendo l’istantaneo silenzio dei duecento cavalieri di San Giacomo che lo attorniavano, pronti a muovere ad un suo gesto. Uno di loro si staccò dal gruppo e avanzò al piccolo trotto verso il religioso, conducendo per la briglia un magro ronzino. Inespressivo e muto, il cavaliere restò attese mentre l’altro si issava con fatica in sella, poi voltò il suo destriero e tornò rapidamente in posizione.
- Andiamo – disse il condottiero.

venerdì 5 dicembre 2014

Terra straniera (parte 2/2)

Segue


Petorius, trattenendo i singhiozzi, cercava di assumere un tono solenne, ma aveva le narici piene di moccio dopo il lungo pianto e la sua voce veniva fuori stridula e ovattata: nell’insieme, l’effetto era abbastanza ridicolo. Memer però non lo interruppe.
–  Ti abbiamo affidato il nostro branco e i nostri piccoli, da moltissime stagioni, sperando di ricevere cibo e protezione.
–  E non è stato così? – Replicò, infastidito dalla piega che stava prendendo la conversazione
–  Quest’inverno è lungo e la nostra gente soffre. Credevamo che fosse colpa di un cattivo destino, ma ho sentito le tue parole sacrileghe e adesso capisco perché il Gran Padre di Fuoco è in collera con noi.
–  Senti, Petorius…
–  No. Non intendo più ascoltare la tua voce, D’ora innanzi…
–  Pensa a quello che fai, bestia!
–  … il patto di fratellanza è spezzato. Non obbediamo più al tuo giogo, rifiutiamo il tuo marchio. Noi non ti offriamo il nostro pelo e il nostro latte, rinunciamo al tuo fieno e alla protezione dei tuoi Bopal.
Quando ebbe parlato, un profondo silenzio scese nell’altura. Memer fissava il grosso animale con gli occhi stretti e le mascelle serrate. Questi non abbassò lo sguardo: ruotò invece la massiccia groppa e si avviò lentamente verso il sentiero alto, silenzioso e cupo. Gli altri lo seguirono all’unisono, senza emettere un suono: come una schiera di tristi fantasmi, sfilarono uno dopo l’altro davanti al loro antico padrone, scomparendo in breve dietro la trama degli alberi.

giovedì 4 dicembre 2014

Terra straniera (parte 1/2)

Memer sollevò la testa sul petto, quel tanto che bastava per vedere al di là degli arbusti in fondo al pendio erboso su cui era disteso. L'animale che gli sonnecchiava accanto si accorse subito del  movimento e drizzò le due file di orecchie; si mise a fiutare l'aria fresca, girando il capo tozzo sul collo sottile, fino a guardare nella stessa direzione del suo padrone. Una muraglia di nuvole spezzava il cielo terso come un brutto rigo su un disegno: giù a valle, lungo la striscia scura dell'Altrostrada, stava piovendo.
Brontolando, il pastore si alzò, fiutò l’aria e si avvicinò al proprio gregge; il Bopel lo seguì caracollando con indolenza. Era stato il cupo echeggiare dei tuoni a svegliarli: le bestie, inquiete, gorgheggiavano e scuotevano i larghi testoni. Sulle grosse facce piatte, oltre all’abituale maschera di ottusità e incomprensione, aleggiava un vago senso di allarme. Quando li vide giungere, il più anziano del gregge avanzò risoluto verso il custode e si mise a leccargli la mano.
- Memer, padre buono, - recitò infine l'erbivoro, con la sua voce profonda e piagnucolosa - che cosa succede? 
- Nulla, mio gregge. È solo una tempesta sull'Altrostrada. Non c'è pericolo che giunga sulle nostre colline.
La risposta rassicurante non cambiò l'espressione perplessa del capobranco, né il suo tono lamentoso.
- Ne sei certo?
Lui percepì l'irritazione del Bopel e si affrettò a tranquillizzarlo, prima che si mettesse a ringhiare e scoprire le zanne, terrorizzando tutto il gregge.
- Potete stare tranquilli: quella pioggia appartiene ad un altro mondo, come la via e tutto ciò che ci viaggia sopra.
Fissò lo sguardo sul nastro lucido d'asfalto, dove i veicoli affusolati scivolavano veloci, sollevando una coda di spruzzi, come tante piccole comete. Poi, come se stesse parlando a sé stesso, aggiunse: - Non ci riguarda. 
strada attraverso la valle della morte di notte File vettoriale