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mercoledì 12 febbraio 2014

La spugna di pietra

“Sono stato lì sotto già tre volte”. Federico allungò la mano e, con un gesto affrettato, si portò alla labbra il largo bicchiere da cocktail, sorbendone un sorso vorace.
“Tre volte” ripeté, fissando l’amico, in silenzio dall’altra parte del tavolo, con gli occhi scintillanti di eccitazione. Le discordanze sintetiche di una disco, assecondate dal ritmico pulsare delle luci, inondavano il locale di violente correnti sonore.
Marco prese tempo, sorseggiando a sua volta il proprio Spritz. Aveva imparato a conoscere quello sguardo del suo compagno di corso; gli erano bastati i primi mesi della loro convivenza, nel piccolo appartamento che dividevano ormai da tre anni. 

“Hai tenuto traccia dei tuoi spostamenti, là sotto?” domandò approfittando di un temporaneo calo di intensità della musica. I bassi continuarono a vibrare in sottofondo, fremendo come brace sotto la cenere, pronti a divampare all’istante, innescate da un nuovo, martellante ritmo sincopato.
“Certo” rispose Federico, alzandosi in piedi e rimanendo immobile, proteso sopra i bicchieri vuoti e le piccole ciotole di stuzzichini. “Ho mappato le coordinate e…”
La musica esplose, una cacofonia di echi discordanti, fatta a pezzi da cupi ed assordanti colpi di grancassa. A Marco ricordavano i conati di un gigante.
A gesti, fece cenno al compagno di uscire dal locale. In qualche modo misterioso, una delle ragazze del bar li intercettò mentre arrancavano verso l’uscita.