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lunedì 7 aprile 2014

Diffidenza

Io non lo amo, questo morbido tepore. Mi si stringe alla pelle, dolce e avvolgente, blandisce la carne con il ritmo lento delle sue carezze fluide, come una brezza leggera.
I miei compagni vi si abbandonano, fluttuando pigramente fra le molte delizie di questo luogo incantevole; gustano il cibo che troviamo in abbondanza, respirando quel profumo subdolo, che scende dal cielo nelle notti calme inondate di luna. Annebbia la mente e popola il sonno con i fantasmi di dolcissimi incubi.
Gli altri vagano per chilometri, felici e leggeri; le madri conducono i piccoli, titubanti e increduli, accompagnandoli di meraviglia in meraviglia. Si compiacciono dei loro occhi sgranati, che osservano ogni cosa, ingordi di stupore, e si struggono di sollievo al ricordo di quei giorni bui dell’esilio fra i ghiacci, le fughe. L’ombra scura che incombeva dall’alto, assetata di morte, poi la fame, e quel freddo implacabile che spacca la pelle in aride piaghe dolorose.
Adesso giocano nell’alba, scorrazzano lenti nei lunghi tramonti, specchiandosi con il sole che annega nell’oceano caldo: saltano felici, schizzando gocce infuocate, e si crogiolano ai raggi morenti in attesa di un sonno tranquillo.
Ma io no. Anche se mangio e dormo, non riposo. Un’inquietudine sottile mi separa, come un velo di nebbia, da tutta questa stridente euforia, che ha conquistato la mia gente, confondendogli la mente.
Io proprio non riesco a lasciarmi andare, ad abbassare la guardia. Anzi, ogni giorno che passa mi convinco che abbiamo fatto male, a venire fin qui. A lasciare il territorio dove siamo nati per scendere così a sud, ad ingozzarci dei frutti di un mare che non ci appartiene, rammollendoci nell’acqua tiepida.
Sarà per questo mio nemico, il cui cadavere marcisce nel mio fianco; come i pensieri, non mi abbandona, e non mi concede riposo. Sarà perché ho vissuto troppo a lungo, abbracciato al gelido sudario della paura, che non riesco a scaldarmi a questo sole.
Sia quello che volete, ma stamani, prima dell’alba, ho preso il largo senza salutare nessuno.
Torno a nord, fra i ghiacci: è lì che deve stare, una balena bianca. 

Questa cosa che avete letto partecipa agli Esercizi di Scrittura della Donna Camél, violandone espressamente la regola numero due (ed era stato detto, porca miseria, che la balena non è un pesce...)
Che roba triste, che figura, Coniglio, la prima volta che ti invitano e già fai una brutta figura.
Dici che ci passano sopra, se gli diciamo che si tratta di una balena mannara?


L'eds di aprile si riassume così:


scrivi una storia triste
mettici un pesce
mettici il bianco
stai dentro due cartelle (3600 caratteri, puoi contarli qui)
scrivi sul tuo blog e metti un link a tutti gli altri
  1. Album di famiglia in un interno – bianco come il bagno nel mese dei lucci
  2. Lamento di una giovane morta
  3. Il soffio della vita
  4. Austinu
  5. Caramelle
  6. Una mano di bianco
  7. Chi s’è mai sognato di mangiare una rondine?
  8. L'agosto del pesce volante e del pettirosso timido
  9. Missisippi
  10. La lista
  11. L'occhio del branzino deve essere bianco