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sabato 27 settembre 2014

Il disegno

Sedevamo alle due estremità di una vecchia panchina, sotto l’impalcatura dei rami stanchi di un vecchio faggio; quell’angolo ombroso del parco, digradante verso il lago sul retro della villa, era il luogo che lui amava di più e dove trascorreva ormai la maggior parte del suo tempo. Le giornate si accorciavano e anche quel giorno la fine del pomeriggio era calata improvvisa come l’ombra di un rapace. A tratti si levavano le  intense folate di un vento tagliente, che già non apparteneva all’estate.
 Ero andato a trovare il professor Lanniret subito dopo pranzo, come accadeva quasi tutte le settimane dal giorno del suo pensionamento. Non lo facevo per compassione, o per un interesse materiale: la compagnia del mio anziano maestro continuava ad illuminare il mio intelletto di un chiarore che non mi era dato scorgere altrove.  La signora Lanniret era venuta con le tazze del tè, fermandosi il tempo indispensabile per informarsi sul mio stato di salute, poi aveva sistemato la coperta sulla carrozzella del marito, ed era rientrata all’interno della dimora. Dopo la sua partenza, per lunghi minuti, il professore era rimasto in silenzio, fissando con aria triste le ultime foglie ramate del faggio che volteggiavano in preda del vento, nella luce intensa del tramonto, assumendo bizzarre tinte violacee in controluce.
- Ognuna di quelle foglie – disse all’improvviso, come per riprendere una conversazione  da poco interrotta - segue una traiettoria prestabilita. Lo immaginava, Bechet?