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sabato 25 ottobre 2014

Elogio della descrizione (e quattro pezzi facili)

L'occasione me l'ha data un post di Annalisa Scassandra: una semplice descrizione, che però mi ha colpito moltissimo, forse proprio per la sua irriverente unicità e solitudine.
Ci sono fiori umili, che stupiscono quando si stagliano coraggiosamente su un prato altrimenti deserto e, nitidi contro il cielo, risaltano nella loro elementare magnificienza.

Io credo che le descrizioni, in letteratura, abbiano simile potere, e subiscano analogo destino, di queste gemme solitarie; trascurate con miopia, sono relegate, con la supponenza tecnicista dei nostri tempi, ai margini della narrazione.
Fra ritmi incalzanti, che scimmiottano la nostra vita delirante, domina l'intento bizzarro di rendere cinestesico ogni brano, anche quando non avviene - e non deve avvenire - proprio nulla.
Una selva strangolante di regole di scrittura si incarica di snellire, potare, smembrare, semplificare il linguaggio, la struttura, il lessico, la sintassi. E in questa narrativa atrofica, sanguinaria nemica della complessità, amputatrice di subordinate, descrivere si riduce a volte al mero atto tecnico di contestualizzare banali emozioni, frammenti scomposti di idee o di sensazioni, rendendo tutto alla portata di tutti. Un fast food delle parole dove placare malamente una fame ben più raffinata, sperando che lo stomaco di chi legge si contenti.