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venerdì 30 gennaio 2015

Il vecchio dinosauro

In rare occasioni, la statua del dinosauro al centro della piazza si muoveva. La gente, quando se ne accorgeva, non ne parlava mai; e in generale, al fenomeno non veniva data alcuna importanza. 
Si trattava di piccoli spostamenti: una zampa anteriore, che fino alla sera prima era sollevata davanti alla bocca spalancata a coprirne i denti aguzzi, il mattino successivo si trovava appoggiata al fianco, in posizione di riposo. Oppure, era una delle massicce placche della schiena che aveva cambiato forma, direzione o inclinazione. Ancora più di rado, il grande animale di bronzo si spostava di un passo o due, variando posizione sul suo largo piedistallo di granito scuro. 


Questioni di poco conto, insomma, che però tutti notavano con attenzione, per antica consuetudine. Non c'era nessuno, nel villaggio, che passando dalla piazza potesse fare a meno di gettare occhiate minuziose all'antica statua, valutandone la postura, la posizione, il rapporto fra le parti.

domenica 25 gennaio 2015

Gli indivisibili (parte 2 di 2)

(segue)

In quegli anni, la moda aveva preso piede ovunque. Non si potevano attraversare più di un paio di isolati, in città, senza imbattersi in uno di quei negozi enigmatici, con la vetrina oscurata e l'ammiccante etichetta azzurra dagli slogan altisonanti: scritte come "Scopri la tua verità!" o "Solleva il velo intorno a te." si contendevano l'attenzione dei passanti lampeggiando insistenti all'altezza degli sguardi.
Ovunque, sui giornali, sui visori portatili, sui mezzi pubblici, si ripetevano gli inviti a sperimentare la novità tecnologica del millennio, il punto d'arrivo della scienza, l'unica scoperta in grado di realizzare la promessa echeggiante nei secoli. Era la risposta finale: sollevare la pellicola invisibile, il simulacro che ricopriva ogni cosa, e guardare in faccia la realtà.  Poco importava, ai milioni di persone comuni che avevano arricchito la multinazionale fondata da Gregor Lemorge, che il mondo al di là del velo non fosse diverso dal quella rappresentazione, fedele e ininterrotta, che lo avvolgeva. Una volta attivato l'elegante macchinario venduto dalla Lemorge INC., la Mappa veniva via come la pelle di una salsiccia, sottile ed elastica, senza sforzo. Dopo, si poteva avvolgere in larghi fogli che conservavano, come un negativo, l'impronta del punto da cui erano stati staccati. Rimossa la pellicola, naturalmente, un albero rimaneva tale; un muro svelato non era diverso da prima, e così le altre cose. Paesaggi, oggetti, edifici: tutto rimaneva identico, eppure era diverso. Come Trentor aveva avuto modo di sperimentare nel laboratorio sotto l'università, le cose al di sotto della pellicola erano in qualche modo più vivide, più definite: si apprezzavano meglio sia con lo sguardo, sia con il tatto, come se fino a quel momento fossero state percepite attraverso una sorta di schermo. Era una sensazione effimera, sottile e inebriante come l'aria di montagna; un privilegio costoso, ma al quale pochi sembravano intenzionati a rinunciare, qualunque fosse il suo prezzo.

mercoledì 21 gennaio 2015

Gli indivisibili (parte 1 di 2)

La riva scoscesa precipitava verso le acque cupe della baia come se avesse perso l'equilibrio; rocce e pietrisco smottavano di continuo, un frastuono ininterrotto di tonfi e boati. Il gorgo limaccioso in fondo al pozzo di pietra sembrava ingoiare ogni cosa, persino la poca luce che filtrava dalla coltre perenne di nubi.
Anche lassù, sul pianoro di roccia nuda, diecimila metri più in alto, nelle orecchie del vecchio rimbombava l'eco di quell'inferno. Alle sue spalle, oltre una breve striscia di terra, ventosa e riarsa, il vuoto assoluto separava quel frammento di realtà da... sospirò. Nessuno sapeva cosa ci fosse rimasto, dell'universo, oltre al buio; nemmeno lui, che era la causa di tutto, poteva sapere con esattezza quale era stata la conseguenza estrema della sua scoperta.

La mano che gli si posò sulla spalla lo fece trasalire; malgrado sapesse di non essere l'unico essere umano in quel luogo, le visite erano una cosa inaspettata.
- Democrito. - lo salutò l'inatteso visitatore. Era giovane, la faccia magra e coperta di polvere. Non lo conosceva.
- Perché mi chiami così?

Nel porgere la domanda, lo guardò per la prima volta negli occhi, e scorse lo scintillio della sua follia.  - Perché lui fu il primo a scoprire quello che non doveva essere diviso! - rispose l'uomo, mentre spingeva avanti la lama.

domenica 11 gennaio 2015

Dove va a dormire il sole?

Strisce argentate, irregolari e frastagliate, solcavano lo sfondo del cielo scuro; violenti graffi di luce che bucavano lo sfondo cobalto, tutto intorno alla palla violacea del sole. Sull’orizzonte basso i drappi dell’aurora boreale ondeggiavano con maggior violenza, impigliandosi ai contrafforti delle montagne come spettrali ragnatele, spinte dal vento di ioni che agitava gli ultimi brandelli dell’atmosfera.

Dalla plancia dell’aerostato, l’uomo ai comandi ammirò, forse per l’ultima volta, quella poderosa espressione di selvaggia bellezza; decine di chilometri più in basso, le fertili pianure sulla superficie del Disco sembravano tendersi verso l’alto, come per catturare gli ultimi raggi di luce e calore, prima della lunga notte. L’astro nel frattempo era giunto sul bordo, la sua aura abbacinante iniziava ad eclissarsi dietro i massicci rocciosi che crescevano al limitare della superficie piatta.
Una voce, gracchiante e metallica, irruppe nel profondo silenzio della cabina, ma senza riuscire a farsi largo nella tensione di quel momento epocale, che sembrava accumularsi nell’aria, come un campo elettrico: - Emerol, è il momento.
Per un attimo non successe niente. Il giovane filosofo restò lì, fissando il sole che se ne andava, e quel mondo morente; all’improvviso gli fu del tutto chiaro che ciò che avevano fatto non sarebbe servito a salvarli, né a salvare la propria gente. Eppure, non esitò a lungo: cercando di dominare sia l’eccitazione che la paura, spinse una leva, lasciando fluire tutta l’energia all’impianto antigravitazionale del velivolo. La sensazione era simile a quella che si prova dentro un elevatore, ma molto più intensa.
Quando riuscì ad aprire gli occhi, non riuscì a decifrare subito ciò che aveva davanti. Restò immobile, incapace di qualunque reazione; poi spalancò la bocca, riprese a respirare e sussurrò: - Grandi Dei! Non è possibile!

mercoledì 7 gennaio 2015

Perché la matematica può salvarci la vita

Un paio di premesse: questo post partecipa all'ottantunesima edizione del Carnevale della Matematica su Scienza e Musica, il blog divulgativo dell'ottimo Leonardo Petrillo. Pur non essendo vincolante, ogni carnevale ha un tema, e l'argomento scelto per questa edizione è l'analisi matematica: c'è un legame indiretto fra il tema e quanto segue; questo legame, secondo la mia opinione, non è immediatamente percettibile, ma è molto forte. 

La seconda premessa è che questo post parla del rapporto fra la cultura scientifica e la medicina. L'argomento potrà sembrare, a seconda del vostro rapporto con il mondo della salute, una banalità, una provocazione, o un serio problema. Qualunque sia la vostra posizione, vi prego di considerare quanto segue il frutto di convinzioni e opinioni personali, e di non sentirvi criticati o offesi se la pensate diversamente: sarò felice di leggere commenti con idee diverse o critiche. 

Ah, un'ultima cosa: spero che non abbiate niente contro i maiali (capirete a breve). 


Bene, abbiamo finito con le premesse; ora, se non la trovassi un'abitudine detestabile, questo post dovrebbe avere un paio di sottotitoli. Ad esempio: "che fine ha fatto la cultura scientifica nel mondo sanitario?" o "Medicina e probabilità: quando il sospetto clinico supera la certezza." 

Ma usare un approccio del genere, per più di un motivo, potrebbe risultare polemico: per cui vi chiedo il cortese sforzo di dimenticare quello che ho appena scritto, e concentrarvi sul titolo principale (il che è come ordinare a qualcuno di non pensare al maiale, e poi chiedergli a cosa stia pensando).

martedì 6 gennaio 2015

Le cassettiere di sogni

Questo piccolo post non vi racconterà un sogno; e forse per questo non potrà partecipare all'iniziativa che +Ximi Blogghidee ha proposto per questo Natale
Non vi parlerò nemmeno dei sogni; o, almeno, non di tutti quelli che qualcuno come me, o come voi, ha chiuso in un cassetto. 
A me interessano le cassettiere. Sì, quei piccoli mobili di scarso prestigio, che hanno la funzione di riempire gli spazi che rimangono dopo la disposizione dei pezzi più importanti dell'arredamento. E di contenere cose, naturalmente: oggetti e fogli, per lo più vecchi, che passeranno nella penombra ovattata dei cassetti lunghissimi giorni della loro esistenza; sempre in attesa di quel momento: un cigolio, una serie di scossoni, e poi, con uno strappo deciso, l'ingresso di una lama di luce. L'apertura del cassetto, che li riporta ad un presente a cui non appartengono più, per un destino incerto.

venerdì 2 gennaio 2015

L'insostenibile incompletezza (e le margherite)

Un cielo limpido, screziato di rosa, era teso fra le cime delle montagne e incastonava lo splendore immacolato della neve. Il sole risaliva il fondovalle, in un silenzio maestoso, disegnando arabeschi dorati sul prato fiorito: per terra il vento intrecciava luci ed ombre al dondolio delle fronde, portando da lontano dolci profumi e piccole nuvole.
Quando l’alba la raggiunse, illuminandole i petali curvati dalla rugiada, lei rilassò le corolle e aprì i pistilli all’aurora, che risvegliava l’energia della vita. Benedisse il giorno caldo d’estate e si preparò ad attendere il volo delle piccole sorelle, lasciando uscire copiosi getti di nettare viscoso. Pregustò la sensazione di piacere che le avrebbero dato succhiandolo, e sentì la linfa formicolare lungo il gambo: era felice fino alle radici. Il calore aumentava e lei espanse le proprie sensazioni intorno alla sua zolla, sondando le altre piante del prato. Percepiva ovunque euforia e gioia: allegri messaggi chimici scianavano nell’aria, intrecciandosi alle rotte degli insetti, e diffondevano una serena sinfonia di prosperità e speranza: ovunque la vita fioriva, libera e meravigliosa.
 Con quello sguardo interiore che posseggono i fiori, osservò lo spettacolo delle pianticelle che, tutt’intorno, punteggiavano il piccolo pianoro alpino, ondeggiando alla brezza, un richiamo di irresistibile seduzione. Aveva da poco imparato a percepire anche sé stessa, la struttura del suo corpo, visualizzandola così come doveva apparire, ad esempio, alle api che suggevano le sue delizie: ammirò così un gruppo di otto splendide margherite, dalle corolle invitanti e succose, ciascuna coronata da tredici petali eleganti. Un turbine di potenziali d’azione percorse le delicate connessioni cellulari e una vibrazione coerente si generò nel medium elettrolitico dello spazio fra le loro pareti, assumendo la forma di un’onda-pensiero; questa, anziché annullarsi, prese forza e consistenza, fu ripresa e amplificata dagli appositi organuli e si diffuse lungo le emanazioni del campo elettromagnetico che irradiava dalla piccola pianta.

I miei fiori hanno tutti lo stesso numero di petali.