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giovedì 9 luglio 2015

Word dust - Capitolo 1



L'idea di questo racconto mi è venuta chiacchierando con +Michele Scarparo e Marina Guarneri su un progetto letterario che avevamo sviluppato qualche tempo fa. L'idea era quella di un iper-romanzo, dalla trama non lineare, in cui il lettore avrebbe sviluppato linee alternative di eventi (anche se tutte convergenti) in base alle sue scelte. Un lettore onnisciente ma anche attivo nella storia, insomma.

Il tema del lettore e dei suoi "poteri" è alla base di questo piccolo progetto; nelle prossime settimane vi verranno proposti i successivi capitoli di una storia nella quale i personaggi, a cominciare dal protagonista, perdono il filo degli eventi che li riguardano. 
Ma lo stesso faremo io e il Coniglio. Si potrebbe obiettare che uno scrittore non può mai essere veramente equanime e indifferente alla sua storia; ma questo avviene se la conosce, se sa cosa sta narrando. E noi, in questo momento, non lo sappiamo!
Ci lasceremo trascinare dal vortice dei frammenti di possibili sviluppi e interazioni, senza programmare nulla, esponendovi i tasselli di un mosaico senza curarci di altro che di farli incastrare, senza nessuna idea del disegno generale. Soprattutto, non abbiamo una trama e un finale. Alla fine dell'esperimento, il racconto dovrà concludersi, ma saranno solo i lettori che hanno seguito tutto il progetto ad avere in mano il bandolo della matassa. E allora, dovrete dire la vostra.

E ora, turate il naso, copritevi gli occhi. La Polvere di parole vi aspetta.





Dopo una notte serena, l'aria si era velata di nuvole basse; fin dall'alba, mentre tutta Gerico dormiva, erano calate dalla parte delle montagne, attraversando il cielo come una mandria indolente di pecore grasse, ed erano rotolate fin sopra la città. Lì, fra la pianura e il mare, si erano sdraiate sul quartiere del porto, chiudendone l'orizzonte frastagliato di cupole e torrioni che digrada verso la spiaggia. La luce del sole, filtrando attraverso quella distesa compatta di corpi vaporosi, giungeva ovattata e soffusa, come il chiarore stanco emanato da un vecchio paralume polveroso.
In quell'atmosfera, svegliarsi per strada, con la schiena rotta e le braccia intorpidite, per Giambo fu ancora più penoso. Anche dopo che si fu alzato, stirandosi le giunture intirizzite degli arti, ed ebbe mosso qualche passo lungo il vicolo dove aveva passato la sua prima notte da vagabondo, non riusciva a mettere a fuoco l'odine degli avvenimenti che l'avevano condotto lì, nella più antica delle colonie umane. Fra i ricordi, confusi come i ghirigori della foschia al di là degli edifici del porto, ondeggiavano le parole che si era lasciato sfuggire fra un bicchiere e l'altro. E finalmente, passando la mano sul fianco, uno squarcio nella veste gli ricordò con chiarezza che il suo vecchio amico Rigel era stato sempre più veloce di lui con lo stiletto, specialmente quando veniva insultato.
Un movimento rapido del capo gli fece comparire davanti agli occhi il report dell'autodoc: la ferita si era rimarginata durante la notte; la cicatrice era fresca ma avrebbe tenuto, a patto di non gettarsi subito in un'altra rissa, o di sottoporsi ad un nuovo viaggio spaziale. Quest'ultima evenienza era scongiurata dal fatto che Giambo, dopo che l'equipaggio della Crusader era ripartito, lasciandolo sopra un cumulo di immondizia, si trovava al momento senza lavoro. Cosa che, sebbene risolvesse un problema, ne sollevava parecchi altri.
Quasi come se avesse potuto seguire il flusso confuso dei suoi pensieri, un grosso Krech dal becco ricurvo iniziò a volteggiare sopra la baia, proiettando un’ombra sinistra sulla superficie verdognola del mare di clorato; un trillo lontano nella sua mente lo avvertì di quello che già sapeva. Grosse linee azzurre iniziarono a lampeggiare nel suo campo visivo mentre il sistema di allarme gli evidenziava sulla retina le possibili via di fuga. Scattò un istante prima che il predatore facesse altrettanto, piombando in picchiata a cinquecento chilometri orari verso la sua testa. All’ultimo istante, l'astronauta di seconda classe Ernest Giambo sfondò la porta di una abitazione privata con un colpo ben assestato di plasma, rifugiandosi all'interno di una modesta stamberga. Fuori dalla casa echeggiavano i colpi tardivi delle torri di difesa civica, a cui rispondevano le strida rabbiose del Krech affamato.
Dentro, diverse paia di occhi violacei osservavano allibiti l'umano che si era introdotto, armi alla mano, sfondando la porta. I nativi di Gerico non brillano per iniziativa e hanno un indole piuttosto incline alla tolleranza, persino di fronte ad una minaccia diretta e improvvisa. L’intruso prese tempo, indietreggiando verso il buco fumante da dove era entrato, tenendo il cannoncino spianato davanti a sé; ce l’aveva quasi fatta quando il buio lo avvolse, improvviso come un’eclissi, e il gigantesco spaziale crollò a terra per la seconda volta in poche ore. Rimase incosciente anche mentre otto robuste paia di braccia lo sollevavano da terra e lo spingevano nell’interno dell’abitazione aliena; da lì, l’intruso venne trascinato per una lunga rete di gallerie che si estendevano nel suolo del pianeta, ben oltre l’area urbana controllata dai coloni umani.

- Lei crede nel destino, signor Giambo?
La voce melliflua ondeggiava sopra un mare di suoni confusi e ovattati; una specie di cacofonia lontana mugolava nella testa di Giambo, mescolandosi con i fischi e ronzii che gli aveva lasciato lo storditore neurale. Quando provò a muoversi, un dolore alla nuca e una spia rossa lampeggiante davanti agli occhi lo avvertirono che aveva il cranio fratturato.
Si rilassò, mentre i naniti rigeneravano i tessuti, e si sforzò di vedere chi gli stava parlando: non temeva di essere ucciso, a quel punto, ma non amava chi si nasconde nell’ombra. La voce, nel frattempo, continuò senza attendere risposta. Il timbro era quello, roco e inconfondibile, dei nativi Gerioti.
- No, naturalmente no. Non c’è bisogno di sondare il suo pensiero oltre la superficie, per capirlo.
- Non credo nemmeno nelle capacità psichiche che la vostra razza millanta per spillare soldi agli sprovveduti: si risparmi i trucchi da baraccone, e si faccia vedere.
Si guardò intorno: la stanza era alta, di forma rotondeggiante e, per quel poteva vedere attraverso la penombra, priva di finestre. Probabilmente si trovava in una costruzione sotterranea. L’unica entrata sembrava quella alle spalle dell’alieno che l’aveva catturato.
- Dritto al punto, come da manuale. Nessuna concessione, anche quando si è in posizione di svantaggio. – Il tono era didascalico, come se stesse leggendo la pagina di un libro. All’improvviso il Geriota si mosse; il suo corpo tozzo e tremolante avanzò dall’oscurità verso il centro dell’ambiente, dondolando sulle quattro zampette tozze. La testa affusolata seguiva mollemente quell’andatura claudicante, mentre gli occhi, piccoli e irrequieti, si agitavano ai lati dell’ampia fronte squamosa.
- Anche lei farebbe bene a risparmiarsi la commedia, soldato – continuò l’essere. - La messa in scena della rissa fra membri di un equipaggio spaziale è troppo conosciuta, anche in quest’angolo remoto del sistema.
Ci volle tutto l’autocontrollo di cui era capace Giambo, oltre ad una buona scarica del co-processore neurale, perché lui rimanesse impassibile.
- Credo che ci sia un grosso equivoco, amico; d’accordo, ho sfondato la porta, ma ero inseguito da quell’uccello fottuto. E poi – aggiunse, arrischiando un movimento per massaggiarsi la nuca con la mano – mi avete rotto la testa, per cui direi che siamo pari.
Appurare che non l’avevano legato lo fece sentire meglio: forse li stava sottovalutando, ma di certo loro avevano sottovalutato lui. Ai margini del campo visivo il cruscotto biomedico lo informò che la frattura era rimarginata e che poteva muoversi senza rischi. Un reticolo di linee fluttuanti e dati biometrici gli balenò davanti agli occhi, mentre in pochi millisecondi il controllo muscolare passava al sistema di autofight. Le endorfine secrete automaticamente lo inondarono di un esaltante benessere; chiuse gli occhi, mentre la sensazione che il tempo intorno a lui stesse rallentando aumentava la sua eccitazione. Quando li riaprì, il suo corpo era già in volo, con le mani protese verso la gola indifesa di quel patetico avversario.
- Ottuso e prevedibile – mormorò il Geriota, senza particolare enfasi, mentre il suo corpo veniva attraversato da Giambo che, spinto dal proprio slancio, finì il volo contro la parete della stanza. Si rialzò in un solo movimento fluido, fissando l’immagine illusoria dell’avversario, che aveva ripreso a parlare.
- I suoi sistemi cibernetici conoscono con esattezza la mia posizione, ma le sue percezioni sensoriali sono pienamente sotto il mio controllo; posso farle credere qualunque cosa, a questo punto.
- Che cosa vuole? – il fatto che Giambo fosse passato al “lei” non sfuggì al suo carceriere; ma il suo tono, quando rispose, non era mutato.
- Come le ho detto, non ha senso parlare di una predestinazione, nel suo caso. Ma il fatto che lei sia caduto nelle nostre mani proprio quando ci troviamo a questo punto, è un elemento cruciale nell’evoluzione della vostra stessa storia; una svolta inattesa e decisiva, dal nostro punto di vista.
- Si spieghi, per favore; lei controlla i miei impianti neurali, per sua ammissione. Come posso credere alla veridicità di ciò che dice?
- In effetti, non può. Ma mi ascolterà comunque. La vostra specie non è la prima ad aver colonizzato questo settore della galassia; lo spicchio di eternità che vi è concesso segue innumerevoli epopee di altrettante civiltà, né migliori né peggiori della vostra. Tutte sono partite dal loro pianeta natale e, seguendo le più disparati linee evolutive, le loro civiltà sono giunte qui, e in questo luogo hanno stabilito la propria frontiera. O più precisamente, tutte hanno riconosciuto il limite, il confine della propria espansione.
- Molto suggestivo.
- Non è vero? – nella risposta non c’era traccia di sarcasmo. –  Prima le ho chiesto se crede nel destino: noi no. Il nostro popolo non ha bisogno di credere a qualcosa che è un dato di fatto, ovvio e incontrovertibile. Noi abbiamo uno scopo che ci è noto: marchiamo il limite di questo pezzo di universo. Da questo lato c’è la vita, il suo brulichio, le razze prodotte da dieci miliardi di anni di evoluzione. Dall’altra parte, c’è solo la polvere.
- Vuol dire che voi Gerioti sareste una razza di antichi guardiani, custodi di un confine precluso agli altri popoli? Una storia di cui abbiamo innumerevoli esempi nella nostra mitologia, lo sapeva?
- Non c’è nulla da proteggere, o da rendere inaccessibile: lei ha frainteso le mie parole. Non siamo custodi, non stiamo a guardia di nulla. Viviamo qui, su questo confine, dove la polvere non arriva. Chiunque è libero di spingersi oltre.
- Ma nessuno lo fa. Nessuno si spinge oltre questo pianeta. E qui ci siete solo voi, da sempre.
- Voi stessi conoscere il prezzo del tentativo.
- Certo – concesse Giambo, rinunciando a nascondersi. – Abbiamo perduto uomini e navi nella missione Prometeo. I dettagli sono di dominio pubblico, sia per i coloni che per i nativi.
- Prometeo. – Ripeté l’alieno, pensieroso. I due stavano in piedi a poca distanza; Giambo, consapevole di trovarsi davanti ad un’illusione, occhieggiava nervosamente i dintorni. L’altro continuò: - Trovo significativo questo nome; conosco il mito che rappresenta: come gli altri che vi hanno preceduto, credete davvero di trovare qualcosa, oltre l’orbita di Gerico. Qualcosa per cui valga la pena di sfidare gli stessi dei.
- Il suo popolo crede negli dei?
- Come le ho detto, il concetto di credere ci risulta di difficile comprensione. Conosciamo direttamente tutto ciò che riteniamo ci sia da sapere.
- Una condizione che molti definirebbero consona sia all’inferno che al paradiso.
L’alieno fece un gesto che aveva lo stesso significato di un’alzata di spalle per un essere umano. – Non sono in grado di dare un giudizio morale su un semplice stato di fatto. Parleremo ancora, in un altro momento, ma lei non lo saprà. È stato un onore conoscerla, soldato.


Le luci lampeggiavano violente, martellandogli la mente esausta; l’orizzonte vacillava e ondeggiava al ritmo della corsa irregolare e disperata. Giambo ne divenne gradualmente consapevole, mentre il sistema di sopravvivenza continuava a mantenere il controllo sul corpo del soldato; mise a fuoco le immagini traballanti che aveva davanti agli occhi. Stava correndo a perdifiato lungo il fianco in declino di una scarpata, fra il lago velenoso dello spazioporto e la collina dove sorgeva Gerico II, la colonia umana. L’avamposto blindato con l’accesso alla cupola distava poche centinaia di metri dai sobborghi dell’antichissima città aliena, che i militari avevano dapprima battezzato l’Altra Gerico. Con il tempo, le cose si erano confuse e quell’evocativo nome terrestre aveva preso ad identificare l’intero pianeta con i suoi nativi.
La luce violacea e radente del lungo crepuscolo gettava sul terreno le ombre sottili delle torri aliene, tozze alla base e slanciate verso l’alto in arcate maestose, bizzarre. Spirava un vento freddo che opponeva al suo slancio un’aria sottile, pungente di ammoniaca. Gli bruciava negli occhi e gli pesava nei polmoni ad ogni respiro. Da quanto tempo correva? I parametri biochimici erano vicini al limite del collasso: la stanchezza gli montava dentro, tenuta a bada dalle catecolamine. Si domandò da cosa stesse fuggendo e trovò la risposta nel pannello degli allarmi: tre grossi mammiferi terrestri lo stavano braccando.
Respirò a fondo; riprese un parziale controllo sul sistema, imprimendo un assetto più vantaggioso al suo corpo in fuga. La sua velocità aumentò e l’orizzonte smise di sbandare ad ogni falcata.
Su un angolo del suo campo visivo, lampeggiava una spia violacea: la fissò, il messaggio si espanse e fu informato di un recente reset cibernetico. La sua missione era fallita, la copertura era stata violata: ricordava di aver detto – quando? A chi? – che la storia dello spaziale abbandonato dopo una rissa faceva acqua da tutte le parti. A parte le informazioni di base, i ricordi recenti erano stati rimossi a livello profondo. Giambo non era in grado di recuperare alcuna informazione né sul proprio passato né sullo scopo della sua missione in quel pianeta. Ed era stato privato dei sistemi d’arma.
Uno dei grossi animali, simili a tozzi lupi, si era fermato, scoraggiato dalla fatica che gli stava costando quella singola preda. Incoraggiato, Giambo impresse un ulteriore sforzo ai propri muscoli, superando il limite di sicurezza; ben presto anche gli altri assalitori si arresero. Quando giunse al check point della colonia, il chiarore verdognolo della notte di Gerico aveva invaso la vallata, gettando riflessi spettrali sulle piante notturne, che agitavano le proprie appendici prensili pericolosamente vicino alla traccia del sentiero.
Il tutor di avvicinamento si interfacciò con i suoi impianti e lo guidò fino all’interno del bunker di accesso; la procedura di riconoscimento si svolse senza alcun intervento da parte di Giambo. Il sistema della colonia lo aveva ammesso senza difficoltà come cittadino autorizzato, con un lasciapassare di alto livello. Sapeva di occupare una posizione rilevante all’interno dell’organizzazione militare, ma i dettagli erano stati oscurati. Si rilassò, mentre una porta interna si apriva nella superficie liscia del bunker, spalancandogli l’orizzonte di un lungo corridoio blindato. Lo avevano resettato, era riuscito a rientrare. Adesso qualcuno sarebbe venuto a prenderlo, e Giambo avrebbe saputo cosa aspettarsi dal futuro.






Questo post partecipa all’iniziativa Una parola al mese. La parola di luglio 2015 è equanime (al link maggiori informazioni).