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domenica 30 agosto 2015

Word Dust - capitolo 4

Questo racconto fa parte di un progetto di destrutturazione narrativa: ma mano che si procede, la storia perde i suoi riferimenti, sia per i personaggi, che per chi la scrive. Solo i lettori, partecipando ai commenti, possono tenere in mano il filo di Arianna e influenzare la trama. Per esempio, questo capitolo lo dobbiamo a +Ximi Blogghidee e a un film di cui lei si è dimenticata!


Puntate precedenti:


Ora mi aspetto tipo quel film, un dialogo interno su se stesso, la consapevolezza che cresce piano piano...
Ximi
- Corri, vieni a vedere!
La voce del dr. Jensen aveva un timbro concitato, quasi isterico, che Linda non aveva mai sentito prima; fu soprattutto questo a terrorizzarla, ancor prima di sollevare la testa dal lettore micronico e sbattere gli occhi per abituarli alla visione normale.
La stanza, che emergeva gradualmente dalla foschia del suo sguardo, sembrava in ordine: bassi tavoli da laboratorio, consolle ammiccanti nella penombra, pochi mobili dall’aspetto ordinato e asettico. La figura del suo collega era di spalle, davanti al vetro dell’unica, grande finestra in fondo al locale. Da fuori entrava una luce sanguigna, appena più intensa del chiarore azzurrognolo e surreale delle luci sterilizzanti dell’interno; si avvicinò alla finestra, ascoltando il suo cuore che aumentava i battiti, mentre i tentacoli della paura le afferravano le viscere, lasciandola senza fiato.
Ad oriente, dove era già quasi buio, il cielo non esisteva più. Al posto del crepuscolo stellato vorticava un dissennato grumo di frammenti nerastri, che si agitavano scoordinati, come un groviglio di serpenti; a prima vista, quell’ammasso pareva composto di piccole particelle, inafferrabili all’occhio, come uno sciame di insetti o una nuvola di polvere; ma subito era chiaro, seguendone per qualche istante l’osceno brulicare, che non si trattava di questo: nella Polvere non vi era massa, ma assenza di materia. Non era oscurità, tenebra, ma totale assenza di energia. Quegli spasimi, quei frammenti… erano semplicemente il vuoto lasciato dalla realtà che spariva, e lottava per non soccombere.
Linda comprese tutto questo in un istante; nel breve spazio di tempo che le occorse per appoggiare il braccio sulle spalle di Jensen, impedendo al proprio corpo di scivolare a terra, comprese cosa dovevano aver provato gli equipaggi delle navi interstellari, partite dall’orbita di Gerico verso l’ignoto, ai tempi della Seconda Spinta. Quando la piena inarrestabile della razza umana, che aveva travolto i confini di una galassia dopo l’altra, soggiogando miriadi di stelle in tutto l’universo, si era arrestata contro quell’unico confine incomprensibile, fatto di niente. Capì ciò che i filosofi di ventimila galassie mormoravano da due millenni, senza che nessuno, nel trilione di città abitate dagli uomini, avesse mai trovato il coraggio di pronunciare con chiarezza: che da quell’unica battuta d’arresto era iniziato non solo il declino della specie, ma la fine di tutto.

- È la Polvere, Linda; è arrivata– mormorò Jenses, come se avesse seguito fino al più sommesso dei pensieri di lei, o come se lei avesse mormorato ogni cosa al suo orecchio, con le labbra tremanti. In quel momento non faceva alcuna differenza; lui le leggeva dentro, da sempre; per questo lei lo amava. Per questo non aveva mai avuto bisogno di dirglielo.
- L’abbiamo sfiorata, venti secoli fa vi abbiamo immerso le nostre dita avide, pensando di scavalcarla, di superarla come se fosse soltanto una nuova frontiera. Siamo stati sordi e ciechi. Abbiamo disprezzato e ignorato gli avvertimenti, le suppliche del popolo che viveva qui, di questi umili, silenziosi e impotenti custodi del nulla.
Erano scivolati insieme verso il pavimento, Linda lo sentiva, freddo e solido sotto il suo corpo, al di là del tessuto sottile del suo camice da lavoro. Jensen piangeva, in preda al panico. Gli prese la testa fra le mani e lui le crollò addosso, piangendo come un bambino. La sua voce era un gemito strozzato.
– Si è svegliata, Linda. Ha sentito il richiamo del nostro tumulto; ha chiamato a raccolta le sue forze e adesso è arrivata.
- Shhhh – fece lei, cullandolo. Strinse al proprio seno quel volto che amava, cullandolo e tenendolo stretto, mentre una notte, più oscura di qualunque oscurità, inghiottiva a miliardi le stelle lontane.


Seguiva le contorsioni bizzarre di quel corpo alieno da ore; aveva imparato a riconoscerne il ritmo, anticipando mentalmente gli scossoni che, alternandosi, permettevano alle due zampe grottesche di avanzare con regolarità. Il Geriota guardava con gli occhi della mente l’orizzonte oscillare mentre il soldato avanzava, sempre più stanco, inoltrandosi nella regione montuosa all’interno di Gerico, verso gli altipiani. Là, dove lo sguardo incontrava solo il cielo, le sue nuvole, e quel maestoso ricamo di guglie e pinnacoli che le montagne gli offrivano in dono, perché lo colorasse al tramonto.
Si domandò per l’ennesima volta perché il Controllore li stesse portando lì: non gli era sfuggito lo spettacolo orrendo della volta celeste che si sfaldava, sotto l’assalto indomabile della Polvere. Era cominciata – che cosa, maledizione, era cominciato che cosa? Si concentrò fino a provare dolore, ma tutto ancora gli sfuggiva. Sarebbe stato questione di poche ore, al massimo qualche giorno. Poi… La fine? L’oblio? Un destino di sofferenza in una eternità senza tempo? Questo, ne era sicuro, nessuno poteva saperlo.
Ma allora a che pro… Le sue riflessioni furono nuovamente interrotte dai ricordi dell’umano. Si rassegnò a subirne l’assalto, mentre immagini di un mondo alieno e ostile gli riempivano di nuovo la mente.

La pelle fremeva al tocco del vento; lui l’avrebbe trovato terribilmente freddo e fradicio di umidità; il suo corpo ne avrebbe sofferto moltissimo, ma l’alieno gli trasmetteva una sensazione di profonda quiete e di intima pace. Giambo era solo, seduto sull’umida morbidezza di una riva erbosa; a pochi passi, un ruscello scorreva tumultuoso, portando a valle gorghi spumeggianti di acqua cristallina. Il fragore continuo dei flutti copriva ogni suono e nascose i passi di lei; la donna gli posò una mano sulla spalla muscolosa. Il Geriota fremette alla sensazione di quel contatto; non era reale, non era il suo corpo, ma fu incapace di controllare la propria repulsione. Nei venti secoli di relazione fra le due specie, i Gerioti non erano mai riusciti ad accettare la ripugnante e continua intimità fisica che gli umani ponevano alla base di ogni relazione sociale. Si rassegnò a sopportare il resto; la donna si sedette al fianco di Giambo, posando il capo sulla spalla, e per molto tempo restò lì, a condividere quel fragore muto, godendo di quella vicinanza.
- Partirai presto, non è vero?
La voce di Efela echeggiava nella mente del Geriota più reale che mai. E Giambo rispose, mentre gli occhi del suo corpo, sempre più spossato dalla lunghissima marcia, iniziavano a piangere.
- Devo farlo, amore mio.
- Ma perché tu? Ci sono migliaia di miliardi di altri soldati, infiniti mondi fra cui scegliere qualcun altro.
- Sono stato scelto io. Hanno chiesto di me.
- Non andare, allora. Lascia che sia qualcun altro a farlo.
- Non potrei mai, lo sai.
- Sì, lo so – mormorò lei dopo un lungo silenzio, con voce triste. D’un tratto sollevò il capo, allontanandosi da lui. Il Geriota tornò a respirare liberamente. – Ma perché? Perché farlo, voglio dire? Non abbiamo già abbastanza mondi, abbastanza galassie? A che serve sacrificare altri uomini, altre navi, per spingersi ancora oltre?
Ha ragione: a cosa serviva, razza maledetta? Gridò il Geriota nella mente di Giambo; lui sussultò, assediato dai ricordi del passato quanto dall’oscuro presente; una girandola di immagini assalì la mente di coloro che vivevano in lui, dei quali percepiva la presenza in modo sempre più chiaro.
File di uomini, migliaia di vite; schiere di scafi lucidi che brillavano alla fredda luce delle stelle, scivolando lente verso la notte. La potenza di migliaia di miliardi di soli, la vita che brulicava in trilioni di mondi, l’immensa macchina umana che aveva imbrigliato l’universo e piegava il suo braccio onnipotente qui, in quell’unico, oscuro pianeta roccioso, che orbitava ai confini del nulla. Come il gigantesco dito di un bambino, voleva spingersi verso la superficie liscia del frutto proibito, prendere, toccare. Spingersi oltre.

È nella nostra natura – sussurrarono le voci nella mente di Giambo. È per questo che siamo nati.
Sì. La voce del Controllore brillò come un lampo nel crepuscolo livido. Per questo siete venuti qui. Per questo io vi ho scelti, entrambi.
Il Geriota sussultò. Balenò alla sua coscienza un ricordo lontano, la consapevolezza di qualcosa in attesa nelle oscure profondità di immense e antiche voragini di pietra, illuminate dal bagliore della radiazione nucleare.
Il soldato si fermò; davanti a lui, la traccia sconnessa nel terreno pietroso si interrompeva all’improvviso sul ciglio di uno stretto e ripido canalone, il cui profilo si perdeva nella crescente oscurità.
Vieni, uomo. Vieni, antico custode. Ho bisogno di entrambi.