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mercoledì 2 settembre 2015

Solarium


Lord Kentas aprì gli occhi e osservò, rassicurato, la luce verde sulla consolle di navigazione. Il pannello della porta, in legno antico e finemente cesellato, scivolò nel suo alloggiamento; la brillante luce turchese brillò familiare sul volto del nobile.
L’aria sottile, arricchita di composti aromatici, lo inebriò; uscì dalla cabina dimensionale, calcando con naturalezza le orme del percorso a bassa gravità, e percorse l’antico sentiero sotto la volta dell’immensa cupola. Si guardò intorno, mentre il bagliore gli inondava il corpo nudo, scaldandogli la pelle: il parco del Solarium era del tutto deserto. Ne fu compiaciuto, anche se non sorpreso: contare sulla sicurezza delle proprie consuetudini gli era diventato essenziale, con l’avanzare dell’età, insieme alla crescente necessità di solitudine.

Credits: http://ilrifugiodeglielfi.blogspot.it/2014/01/paesaggi-fantasy.html

Si diresse verso una macchia di bassi arbusti dalle foglie violacee, disposti con cura lungo eleganti vialetti di ghiaia rosa; la forma delle piante e la loro disposizione seguivano le regole complesse di un’antica cultura, vecchia di molti secoli, che pochi iniziati erano in grado di apprezzare. Lui ne conosceva ogni dettaglio e quella consapevolezza accrebbe il piacere di aver raggiunto ancora una volta Robois, da solo.
Sedette al centro di una radura ombrosa; l’erba succosa gli carezzava le gambe. In alto, nella stratosfera oltre la cupola, gli arabeschi rosati di un’aurora boreale disegnavano mutevoli intarsi in una buona metà del cielo. Il resto dell’orizzonte era occupato dal sorgere della gigante azzurra, intorno a cui ospitava il Solarium, e dalla danza maestosa della sua corona fiammeggiante.

- Spettacolo superbo, non è vero?
Lord Kentas trasalì, mentre una voce femminile alle sue spalle, pacata e suadente, mandava in frantumi la sua quiete con il fragore di un milione di cristalli. Si volse lentamente, fissando la giovane nuda in piedi a pochi passi da lui; era bionda, con lunghi capelli sottili che le ricadevano ai lati delle spalle chiare e si adagiavano lungo la curva dei seni pieni. Un braccio era sollevato, per consentirle di posare una mano sul tronco dell’albero più vicino; lo sfiorava con noncuranza, muovendo leggermente le dita sul legno.
- Davvero incantevole – rispose il nobile, dissimulando sorpresa e disappunto. – Milady desidera avere più intimità? – domandò poi, recuperando il controllo di sé quanto bastava per la più elementare cortesia.
Lei scosse allegramente la testa, sorridendogli
- Se la mia presenza non la imbarazza, no. Un po’ di compagnia, in questo luogo solitario, è gradevole.
- Molti scelgono il rischio di Robois proprio per la solitudine che assicura – osservò lui, con una punta di rimprovero.
- Oh, non è il mio caso. Diciamo che non ho esattamente scelto questo posto.
Kentas aggrottò le sopracciglia, incapace di trattenere ancora il proprio sbalordimento. – Vuol dire che è una Tentatrice?
Lei si strinse nelle spalle. Avanzò di qualche passo e sedette, raccogliendo le gambe sotto di sé. L’uomo non poté fare a meno di fissare il ventre piatto della giovane, che sembrò non farci caso. - Sono al mio decimo tentativo – spiegò con semplicità. – Tutte destinazioni oltre il terzo livello, e fino ad ora mi è sempre andata bene.
- Senza alcun calcolo? Solo sequenze casuali?
- Pura fortuna.
- Una incredibile dose di fortuna, allora – precisò Kentas. – Il solo fatto che sia giunta qui è sbalorditivo: a me, in genere, sono necessari molti giorni di preparazione per raggiungere anche un’approssimazione appena accettabile.
- Allora sono incredibilmente fortunata – concluse lei, sorridendogli spavalda. – Cos’ha di speciale questo posto, per dedicare così tanta fatica a calcolarne le coordinate? Voglio dire, il luogo è incantevole, ma si dice che esistano altri Giardini altrettanto splendidi.
Il nobile trasalì, colpito da quelle parole insensate. 
In quasi duecento anni di carriera, nessuno aveva osato rivolgersi a lui con tanta leggerezza e approssimazione; non i cattedratici di tutto l’universo, che lo veneravano, e nemmeno gli anziani della sua Casata, alcuni dei quali ormai bimillenari. Esitò, guardando gli occhi scintillanti della giovane, che adesso osservava il mare verdastro, striato di riflessi pervinca, e il gioco ritmato delle sue onde placide.
- Come le ho detto – rispose infine – gran parte del fascino di questo luogo è la difficoltà di trovarne la strada. A parte il suo incredibile caso, calcolare le coordinate di Robois e indirizzare una capsula dimensionale dentro una stringa sufficientemente stabile è un compito quasi impossibile anche per i matematici più esperti. Chi giunge qui sa di essere arrivato dove pochissimi possono osare.
- E quindi lei non ha nessuno con cui condividere questa meraviglia – concluse lei.
- Non è davvero importante. Non alla mia età, in ogni caso.
- Non mi sembra tanto vecchio – osservò lei, con più di una punta di malizia.
- Ho quasi duecentocinquant’anni.
- Di quale computo?
- Terrestre, milady – sibilò Kentas, con sussiego. – Ho l’abitudine e il privilegio di contare gli anni sulle rivoluzioni del mio pianeta d’origine.
- Oh, ma è meraviglioso! Lei è un nobile! Di quale casata?
Kentas, sempre più infastidito, non rispose direttamente: – alcune attendibili ricerche – fece con crescente alterigia – fanno risalire l’etimologia del mio nome ad un’antica regione del Regno Unito, la più nobile e antica istituzione terrestre di cui si abbiano notizie certe.
- Sono davvero fortunata, allora: non solo ho trovato per caso la via per questo paradiso perduto, ma ho avuto l’onore di incontrare un uomo del suo rango. – La giovane sorrideva con naturalezza e sembrava del tutto incapace di cogliere l’assurdità di quella situazione.
- L’onore è mio, milady – sibilò il nobile, distogliendo lo sguardo.
- Oh, che sciocca. Mi chiamo Ballaby.
- E’ il nome della sua famiglia?  
- Oh no. Si tratta del mio nome proprio. Di me stessa non so altro: non ho mai conosciuto i miei genitori.
- Sono desolato – bofonchiò lui, inorridito. Una reietta, una senza casta, e per di più vagabonda. Lì, in un posto come quello, dove da migliaia di anni non era mai giunto nessuno che non fosse almeno un cattedratico anziano, e parecchio esperto! Si alzò e fece per incamminarsi lungo il sentiero, verso l’altro lato della piccola baia. Con suo vivissimo disappunto, la ragazza gli venne dietro, continuando a parlargli con sfrontata semplicità, come se potesse vantare una qualche confidenza con lui. Che situazione assurda! Pensò con rabbia, maledicendo la flemmatica cortesia che il suo rango gli imponeva.
Ignorando le chiacchiere della sua giovane e inopportuna compagna, si fermò sotto un Albero del Cibo, ed iniziò a raccoglierne i frutti succosi. Aveva molta fame e, vincendo la repulsione di nutrirsi in presenza di qualcuno di così basso rango, che conosceva appena, ne portò alcuni alle labbra. Lei fece lo stesso e, disgustandolo, si mise a commentare largamente il piacere che traeva da quell’antico cibo, riservato ai nobili che potevano permettersi di viaggiare fino a posti come quello. Non poteva fare a meno di osservare il modo in cui lei si ingozzava, gettandosi nella bocca avida un frutto dopo l’altro, senza soffermarsi nemmeno qualche minuto ad analizzare le complesse sfumature di sapore sapientemente abbinate dai raffinati genetisti che avevano creato gli alberi… tutto in lei aveva qualcosa di grottesco e, insieme, incredibilmente seducente.

Kentas rabbrividì, offeso dall’ambiguità delle proprie sensazioni. Finì in silenzio il pasto, sforzandosi di ignorarla. Lei ansimava di piacere ed emetteva piccoli gemiti, in preda ad un’esaltazione quasi erotica. Alla fine dovette accorgersi della propria enorme sconvenienza, e si volse verso l’uomo con un sorriso imbarazzato.
- Temo di avere un po’ esagerato – rise, arrossendo appena – spero di non averla sconvolta.
- Non sono così impressionabile – tagliò corto lui
- Certo sarà abituato a ben altra compagnia, per i suoi pasti.
- In genere mangio da solo.
- Oh, ma poteva dirmelo subito. Chissà che disturbo le ho dato.
- Non si crucci. Piuttosto, vista la sua tendenza alla confidenzialità, posso chiederle come pensa di rientrare, adesso? Temo che tentare due volte la sorte sia troppo anche per la sua prodigiosa buona stella.
Lei sembrò esitare, per la prima volta da quando l’aveva vista. Abbassò gli occhi, poi all’improvviso tornò a fissarlo. – Non ho intenzione di tornare. Non c’è una vera ragione che mi obblighi a farlo e non credo che ne avrei alcuna possibilità, in ogni caso. Mi sono spinta troppo oltre.
- Cosa? – il matematico perse in un istante tutto il suo autocontrollo. Balzò in piedi, gli occhi sgranati, il volto pallido. – Ma non può stare qui! Questo posto… Ma come può pensare… - si interruppe, incapace di proseguire.
- … di occupare il suo Solarium esclusivo? – concluse lei. All’improvviso l’altro si accorse della luce sinistra che le brillava negli occhi – E perché no? – proseguì lei, abbassando il timbro della voce. - Chi può impedirmelo? Una volta arrivati qui, dove è quasi impossibile giungere, non c’è nessuno che possa costringere quelli come noi ad andarsene. La vostra arroganza di nobili vi ha impedito di adottare altre precauzioni, oltre a quella di rendere complicata la strada per posti come questo.
- Lei… lei non dovrebbe essere qui, lo capisce?
- Oh, certo che lo capisco. Lo capisco benissimo. – sibilò la giovane con cattiveria. – Quelli come me hanno capito fin troppo bene: quasi tutto quello che c’è di buono, nobile e piacevole nell’universo ci è precluso. I viaggi interstellari, la rigenerazione bionica, l’energia quantistica illimitata… tutto ciò che rende la vita comoda, sicura e praticamente eterna non è fatto per quelli come noi.
- Sfruttare le tecnologie avanzate richiede un enormità di competenze matematiche dirette – balbettò Kentas. Quel dogma, per la prima volta, gli sembrò sgretolarsi in un colpo, una parola dopo l’altra, mentre le pronunciava, mettendo a nudo la sua stessa assurdità. - Conoscenze – continuò, sforzandosi di controllare la propria voce - che devono essere applicate anche solo per comprendere i meccanismi di fondo, figurarsi per far funzionare le macchine che permettono…
- Si risparmi la lezione, professor Kentas!
- Lei mi conosce? – balbettò l’uomo, sempre più terrorizzato. Lentamente, si rese conto che la ragazza impugnava la canna sottile di un percussore ad ago. Si domandò con un angolo della mente dove l’avesse tenuta nascosta fino a quel momento, e come avesse potuto essere così ingenuo.
- Non credevo che una persona della sua intelligenza potesse essere anche tanto stupida, professore. Seguo i suoi corsi da una settimana: i risparmi di una vita intera di tutta la mia famiglia mi sono bastati per comprarmi il diritto a quindici lezioni. Quindici miserabili giorni: ma me ne sono bastati due per mettere le mani sul suo calcolatore, e copiare la sequenza per l’accesso a Robois che ha sfruttato anche lei.
- Come è possibile? I dati sono riservati.
- Ah! – sbottò la giovane, con una risata quasi isterica. – Lei lascia il suo calcolatore incustodito per quasi tutto l’intervallo fra le lezioni, professore, ed è troppo occupato a pavoneggiarsi con gli altri accademici per accorgersi se qualcuno lo attiva.
- Una volgare ladra. Non è altro che una ladra. Cosa spera di ottenere?
La giovane allargò le braccia, indicando la radura erbosa intorno a sé. – Ho già ottenuto quello che volevo: questo posto, per me, rappresenta il paradiso, un intero universo da plasmare a mio piacimento. Cibo ed energia illimitati, apparati ludici, neurosimulazioni realistiche… il meglio della tecnologia per l’intrattenimento a disposizione. Per non parlare cure mediche all’avanguardia… rimanendo qui vivrò nel lusso per almeno… quanto? Tremila, quattromila anni? Direi che può bastarmi.
- Verranno altri. Con il tempo, raramente, ma verranno.
- Tutti come lei - precisò la giovane con malignità. - Che lo facciano – sibilò, sollevando l’arma e puntandola contro di lui, che sembrò non rendersi conto della minaccia.
- Non posso permetterlo, signorina. Non si rende conto? Non teme le conseguenze del suo gesto scellerato? Lei non ha alcuna cultura specifica, non comprende niente di quello che c’è qui, né può sperare di governarlo.
- Non ha importanza, mi pare. Tutto funzionerà comunque, indipendentemente dalla mia competenza o dal mio valore accademico. Sorrise ancora, beffarda. – Vi siete ritagliati posti come questo apposta per rilassarvi, giusto? Chi giunge qui non ha altro da dimostrare, a nessuno, e non ha certo voglia di occuparsi di attività complesse e faticose come la programmazione di un computer. 
Il professore non rispose; teneva la bocca spalancata, sconvolto.
- Sono certa che esistono sistemi del tutto automatizzati, che possono essere usati da chiunque; potevate salvare interi pianeti dalla fame e dalla miseria, ma li avete nascosti tutti nei vostri Solarium, per la vostra maledetta comodità. Non ho ragione, professore?
Kentas arrossì di rabbia. – Che insolenza! Lei è solo una volgarissima usurpatrice, rozza ed ignorante. Lei non ha alcun diritto qui. Non ha paura di…?

Il tonfo ovattato del corpo che cadeva a terra fu l’unico segno del fatto che Miss Ballaby avesse usato la sua arma.
- No, professore – sussurrò, mentre il corpo senza vita smetteva lentamente di contorcersi sull’erba morbida. – Io non ho più paura di niente.