Privacy

Questo sito fa uso dei cookies utilizzati dalla piattaforme blogger per garantire una migliore esperienza di fruizione dei contenuti e per raccogliere statistiche anonime sugli accessi e sulla visualizzazioni di pagina. Visitandolo ne accettiutilizzo secondo quanto previsto dalle norme specifiche di Google Inc. relative alla propria politica sulla privacy.

lunedì 5 ottobre 2015

Specchio di pietra

Roccia. È ovunque, intorno a me; una tomba grigia, profonda come una montagna, larga forse come tutto il pianeta. Respiro, cammino, piango all’interno di un piccolo mondo, inerte e sepolto vivo. Sono nato qui, non conosco niente altro; ma come tutti qui sotto, ho memorie inspiegabili, di orizzonti sconfinati, dell’immensità del cielo, con l’aria fresca che soffia sulla pelle; vedo in sogno soli infuocati e gelide notti,  misteriose di stelle.

Il nostro mondo è facile da descrivere; un’immensa caverna centrale, sferica e dalla superficie terrazzata; è il Centro, l’ombelico, l’unico punto nevralgico. Sul suo piano equatoriale si aprono a raggiera dodici cunicoli, ciascuno dei quali conduce ad una cavità simile, dieci volte più piccola: la sala comune di ogni Casata. Dalle pareti di ogni sala gemmano, con uno schema iterativo simile ad un frattale e per tutta l’estensione della superficie sferica, molte altre serie di cavità rotonde, via via più piccole. Le chiamiamo piazze, poi quartieri, poi case; ed ogni casa è divisa all’interno in sei settori, intorno ad un ambiente centrale: uno è l’ingresso, gli altri sono le stanze dove viviamo.



La mia stanza è uguale alle migliaia di miriadi di questo nostro colossale albero, simile alle infiorescenze di un vegetale, o agli alveoli pietrificati di un immenso polmone; sono nato qui, i miei genitori dormono tre stanze più in là e la mia gente - tutta la mia Casata - vive intorno alla nostra sala comune da innumerevoli generazioni. Mangio ciò che stilla dalla rugiada organica di cui è impregnata la pietra che ci sostiene, ci alimenta, ci riscalda e ci illumina.
Al centro di ogni piazza, in ogni quartiere, c’è un cunicolo, ripido e buio; è stretto ma si può percorrere. Io l’ho fatto, come quasi tutti i ragazzi della mia età. Graffiato, mezzo soffocato dall’acqua, sono sbucato in un altro quartiere, nella mia stessa Casata. La gente mi guardava scuotendo la testa e sorridendo, come si fa con i ragazzi, ma non ho mai smesso di esplorare.
Negli anni ho scoperto molte strade che collegano le piazze ai quartieri, e le sale comuni di diverse Casate. Una rete di percorsi più breve e ramificata dalle vie maestre, che convergono invariabili verso il Centro. Le sale - compresi, osservando la pendenza e la direzione di quei cunicoli - e le varie sfere, non sono perfettamente orizzontali; esse sono sfalsate di pochi gradi, in modo che la loro estensione, nel complesso, sia a sua volta circolare, una sfera di sfere, che nell’insieme costruisce il nostro intricato mondo.
Provai spesso a raffigurare l’idea che mi ero fatto del mondo; ne venivano fuori graffiti confusi, orribili a vedersi, per nulla all’altezza della grandiosa struttura che afferravo a malapena con la mente. Ne ero comunque orgoglioso, anche se non ne parlavo con nessuno. A cosa serve una mappa, se non c’è un posto dove vorresti andare? Nessuna scoperta per noi ha senso, tranne che l’unica domanda a cui non c’è risposta: chi ha costruito il nostro mondo? Perché viviamo sommersi nella pietra?
Nelle pieghe solide della nostra memoria non ci sono ricordi precisi; confusi frammenti, brandelli discordanti di antiche melodie, narrano di un’epoca triste e bellissima, in cui eravamo liberi sotto il cielo. Poi vennero a chiudere per sempre la via delle stelle; non ricordiamo, se gli dèi, o sovrumani dominatori stranieri, ci chiusero qui per punirci. O se gli uomini non scelsero per loro quest’esilio di pietra e, per salvarsi la vita, sigillarono alle loro spalle il cammino per la superficie.
Ma io so che c’è ancora un punto dove cercare la verità.

Nel fondo del Centro, nella parte più bassa e fredda della grande sfera, là dove confluiscono liquami e rifiuti del nostro mondo, c’è un altro passaggio. Si tratta del più oscuro, livido e immondo pertugio che la razza umana abbia possa aver mai concepito, comunque sia stata la vita prima di ora.
Vi colliquano i miasmi  dei morti e gli escrementi dei vivi; là si condensano e defluiscono ogni genere di orrende sozzure, persino gli incubi, quando si dissolvono al risveglio, vi percolano la decomposizione della loro putrida materia di sogno corrotto.
Ebbene quel passaggio io l’ho percorso tutto e in una sola notte. Non v’è modo di descrivere cosa ho provato e, se poteste vedermi ora, così ridotto dopo tale inconcepibile ordalia, forse impazzireste. Oh, il prezzo inconcepibile che ho dovuto pagare! Ma ora so, conosco la verità ed ogni cosa. Sono giunto al di là, nell’unico altro luogo. Si stende ai miei piedi la terra dove giacciono le risposte, l’altra metà del mondo, tutto ciò che manca a quell’interminabile groviglio frattale di sfere di pietra dove ho vissuto metà della mia vita.
Azzardo il mio passo nel nuovo mondo, alla ricerca di risposte. Scende il mio piede freddo, lordo di fanghiglia, e incontra…


Roccia. È ovunque, intorno a me; una tomba grigia, profonda come una montagna, larga forse come tutto il pianeta