Privacy

Questo sito fa uso dei cookies utilizzati dalla piattaforme blogger per garantire una migliore esperienza di fruizione dei contenuti e per raccogliere statistiche anonime sugli accessi e sulla visualizzazioni di pagina. Visitandolo ne accettiutilizzo secondo quanto previsto dalle norme specifiche di Google Inc. relative alla propria politica sulla privacy.

domenica 24 gennaio 2016

Racconti del silenzio

Legno scuro, un riverbero candido, il rossore del vino e del fuoco:
sussurrano canti antichi i colori, quando  il sole tramonta.

Ruvido il tavolo, una vecchia sedia. Intorno, pochi oggetti familiari, le mura sono quasi spoglie. La sedia scricchiola quando mi sposto; la fiamma del camino, incerta, scalda le quattro pareti chiare con guizzi confusi. Geme un filo di vapore, la legna non è asciutta.
Passi, irregolari e inquieti, scivolano sulla neve ghiacciata. Girano intorno alla casa e la porta si apre lenta. Sento le folate di nevischio che lottano contro il tepore, mentre curvo sul tavolo riempio un bicchiere di vino.
Lui lo prende accennando con il capo e si siede davanti a me. Non ci guardiamo in viso, non lo facciamo mai all’inizio.
- Non eri mai stato fuori così tanto.
Beve a piccoli sorsi, come gli costasse uno sforzo enorme. La luce del crepuscolo scivola dentro la stanza e, in un gioco capzioso* di ombre, richiama il chiarore del giorno.
- Il fuoco è quasi spento, vuoi che aggiunga della legna?
- No – dice alla fine. – Va bene così.
 Immage credits: http://www.luigialfieri.com/fotoracconti/previous/4


La sua voce è diversa da come la ricordavo. Più roca, ma anche più sicura. Qualcosa in lui ha il sapore del ghiaccio spesso: un traslucido mistero di azzurri profondi, rubati al cielo pulito d’inverno.
Di nuovo il silenzio. Il suo sguardo è lontano, perduto su cime innevate che scintillano di una luce altissima. Purezza e splendore, tinte di porpora così cupo da apparire più scuro della notte.
- E dopo uno di quei tramonti – prosegue il filo del mio pensiero muto – nulla può essere descritto come prima.
Lo sapevo. Dal momento in cui era cambiato per lui, anche io ne ero a parte: entanglement uomo-coniglio, nulla di più banale in questo piccolo universo.
- Quando hai varcato il confine?
- Non c’è il confine: è solo una differenza teorica, fra prima e dopo, fra un modo di vedere le cose e l’altro: nulla che abbia un’importanza oggettiva.
- Su cose del genere è basata quasi tutta la filosofia e la scienza degli uomini – rispondo, sorseggiando il mio vino.
- No so. Non sono un uomo, non ho scienza o filosofia da seguire, soltanto orme leggere sui pendii innevati.
Lo invidio, ogni giorno.
- Cosa farai? Cosa racconteremo?
- Ha importanza?
- No, forse non ne ha.
Lui non mi ascoltava.
- Forse di quelle immense nubi chiare, che galleggiano nel sole tese fra la maestà bianca delle cime.O dei loro bordi, franti dal vento possente ai confini del cielo. Fra quelle smisurate alture non c’è altro spazio che per il silenzio.
Mentre lo ascolto, un cristallo del suo gelido sguardo è finito nei miei occhi e scivola lento verso l’anima; si posa sul fondo del cuore dove si espande un campo soffice di neve immacolata. Il frastuono del mondo si ode distante.

Silenzio. Di quello, diremo.

_________________________________________________________________________
* Questo post partecipa all'iniziativa "Una parola al mese" sul blog di Romina Tamerici. La parola di questo mese è "Capzioso"